Affari Italia-Iran, il dossier di Netanyahu per l'amico Silvio

di Umberto De Giovannangelitutti gli articoli dell'autore

Il meno che si possa dire è che quello del Cavaliere è un «sogno» dimezzato. Voleva stupire, Silvio Berlusconi. Lo aveva fatto in passato evocando un «Piano Marshall» per la Palestina. Bella idea, ma irrealizzata. Ora, il premier bissa. «I have a dream», dice appena sbarcato in Eretz Israel. «Ho un sogno» - declama - che Israele possa entrare un giorno nell'Unione Europea. Punto. E basta.

Quel «sogno», oltre che dimezzato, non è neanche originale. A parlarne, anni addietro, è il politico più immaginifico (in senso positivo) d'Israele: Shimon Peres. Peccato che i collaboratori del Cavaliere in kippà non gli abbiano consigliato la lettura di due bei libri scritti dall'attuale Capo dello Stato d'Israele e Premio Nobel per la Pace: «Una battaglia per la pace. Memorie» (Rizzoli); «Il Nuovo Medio Oriente» (Morano Editore). In un Medio Oriente «in cui persone, merci e servizi possano muoversi liberamente da un posto all'altro senza la necessità di dogane o licenze di polizia», in un «Medio Oriente di competizione, non di dominio...in cui uomini e donne siano gli alleati dei loro vicini, e non i loro ostaggi...», in questo Medio Oriente fatto di Ponti e non di Muri, Peres indicava un ancoraggio all'Europa non solo per Israele ma anche per uno Stato palestinese democratico e la Giordania.

Un triangolo virtuoso, un'area di sperimentazione. Senza la quale, il «sogno» berlusconiano rischia di trasformarsi in un boomerang, perché isolerebbe ulteriormente Israele dal contesto mediorientale, alimentando la diffidenza del mondo arabo. Il «sogno» del Cavaliere non ha nulla a che vedere con il «Nuovo Inizio» per il Medio Oriente indicato da Barack Obama. E certo non aiuta il dialogo politico e interreligioso l'evocare la cultura giudaico-cristiana come base della civiltà europea.

Professa amicizia imperitura per Israele, il premier-contadino, ma Israele non sembra voler chiudere gli occhi di fronte agli affari miliardari che legano l'Italia al Nemico numero uno dello Stato ebraico: l'Iran. Al di là dell'amicizia, rileva in proposito il quotidiano Maariv, ci sono anche delle divergenze: gli organi della sicurezza seguono con preoccupazione i tentativi degli iraniani di acquistare un satellite spia di produzione dell'Italia, considerata uno degli otto Stati più avanzati nello sviluppo e nella fabbricazione di satelliti. «Gli iraniani tentano di sviluppare il campo dei loro satelliti già da vari anni, ma finora non sono riusciti a lanciare nello spazio un satellite spia e questo non deve assolutamente accadere - afferma una fonte della sicurezza - Per ora acquistano immagini di vari obiettivi, riprese da satellite. L'argomento va discusso con il presidente del Consiglio Berlusconi». All'amico Silvio, «leader coraggioso, combattente delle libertà e fautore della pace», Benyamin Netanyahu chiederà di ridurre i contatti che le aziende italiane hanno con gli iraniani. Lo scrive il più diffuso quotidiano israeliano Yediot Ahronot. Secondo il giornale di Tel Aviv, Netanyahu presenterà a Berlusconi informazioni sull'assistenza data da aziende italiane al programma spaziale iraniano.

Nel 2003, ricorda il giornale, Teheran ha firmato un contratto con la compagnia italiana di componentistica «Carlo Gavazzi S.p.a.» che si è impegnata a costruire per l'Iran un satellite «tecnologico», che avrebbe dovuto essere lanciato nello spazio nel 2005. Il lancio è stato cancellato in seguito a danni subiti dal satellite. Negli ultimi mesi sono state pubblicate notizie secondo le quali gli iraniani avrebbero trasferito il satellite in Italia per riparazioni e che sarebbero alla ricerca di un Paese che lo lanci per loro. Insiste il il Jerusalem Post: il governo israeliano vuole chiarimenti sulla costruzione da parte della società italiana del satellite «Mesbah 2» che si teme possa essere attrezzato con strumentazioni per lo spionaggio. L'esistenza del satellite, ha detto Yiftah Shapir dell'Istituto per gli studi di sicurezza nazionale di Tel Aviv, è stata resa nota nel 2005, quando l'Iran annunciò che il Mesbah, pesante 65 chili, sarebbe stato lanciato con un vettore russo. La Gavazzi, secondo il quotidiano, smentì di essere coinvolta nel lancio. Il ricorso al vettore russo è necessario perché Teheran non ha la tecnologia missilistica necessaria per mettere in orbita un oggetto così pesante. Il regime ha annunciato la presentazione a giorni di tre nuovi satelliti, tra cui il Mesbah 2, la cui messa in orbita non dovrebbe avvenire prima del 2011.

02 febbraio 2010
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