Omsa, che crisi: a Faenza lavoratrici in rivolta

di Rinaldo Gianolatutti gli articoli dell'autore

Lo stabilimento Omsa costeggia l’autostrada, un lungo cubo basso e grigio profilato di giallo. Al casello di Faenza si esce, si svolta a destra, poche centinaia di metri ed ecco i cancelli. Sono presidiati. Un tendone, un prefabbricato. Le bandiere di tutti i sindacati. Si gela ed è tornata pure la neve. Un paio di stufe fai-da-te attutiscono il freddo, un uomo taglia i bancali per far legna, una giovane lavoratrice col cappellino di lana targato Dolce & Gabbana organizza i turni del presidio: quattro ore a testa per ventiquattr'ore, senza mollare. Si raccolgono le disponibilità per l’intero mese di febbraio, si fa l’elenco dei numeri di telefono, ci si organizza per il cibo e il caffè. In caso di emergenza la “rete” mobilita tutti i lavoratori in pochi minuti.

«Da qui non entra e non esce più niente, non vogliamo che si portino via i macchinari e i prodotti. Questo è il nostro posto di lavoro, non ce ne andremo così facilmente» avverte Valentina Drei, 35 anni, dipendente del «re del collant», il gruppo Golden Lady di Castiglione delle Stiviere, di proprietà di Nerino Grassi leader mondiale delle calze per donne. Questa non è solo una vertenza sindacale, è una battaglia civile e politica. C’è dentro tutto, è un caso esemplare di quest’Italia malmessa e sfilacciata. I dipendenti dello stabilimento sono 350, di cui 320 donne. E sono loro a guidare la lotta. Le parole che si sentono sono sagge, nessuno alza la voce. Sono persone abituate a faticare per andare avanti, a trainare la famiglia e i figli, a distinguere tra diritti e privilegi, a mostrare coi fatti la solidarietà e a fare politica, quella vera, partendo dalle cose concrete come ha insegnato la cultura di queste parti.

Faenza è una città splendida, il centro storico è di una bellezza commovente. Le trattorie offrono «il menù a prezzo fisso per operai e studenti». Qui la democrazia affonda le radici nella Resistenza. In questo pezzo di Romagna ci sono ancora le sezioni del Pri, e fanno quasi tenerezza. Questa è la città di Benigno Zaccagnini, segretario di una dc presentabile, e qui è nata Laura Pausini che gira il mondo a cantare. Per decenni lo sviluppo è stato nel solco del “modello emiliano”, ammesso che esista ancora: crescita economica da primato accompagnata dalla stabilità sociale. Ma oggi la crisi mette in discussione conquiste che sembravano definitive. «Tutto il nostro territorio sta soffrendo, dalla ceramica alla meccanica, ma a volte la crisi è una giustificazione per le aziende per realizzare riorganizzazioni che in altri momenti non avrebbero nemmeno pensato» spiega Samuela Meci, giovane sindacalista della Camera del lavoro. Davanti a certe ristrutturazioni, a dolorose scelte aziendali dovrebbe essere la politica a intervenire, a dettare le condizioni. Ma la politica industriale è stata dimenticata e tra i politici si fa fatica a trovare qualcuno credibile. «Siamo sotto elezioni, davanti alla fabbrica c’è la sagra dell’assessore, e va bene... ma non vogliamo farci strumentalizzare, stiamo parlando del futuro di centinaia di famiglie» aggiunge l’esponente della Cgil.

Il caso Omsa è difficile da capire. Il gruppo va bene, è una società di profitti, ha la leadership di mercato, una proprietà familiare e solida. E allora? Lo stabilimento di Faenza va chiuso non perché non funziona, ma per spostare le produzioni nel distretto mantovano e nelle fabbriche in Serbia dove gli operai costano poco. Tagliare i costi, tagliare, tagliare per fare più profitti. Ma la delocalizzazione, a volte, non è così semplice, comporta problemi.

Gli operai serbi (oltre 1600) della Omsa hanno fatto quattro giorni filati di sciopero per avere un aumento di cento euro al mese (il salario era attorno ai 300 euro) e un direttore di stabilimento è stato malmenato dai lavoratori inferociti che non avevano ricevuto il cedolino della retribuzione. Un’impresa può anche decidere di delocalizzare per sfruttare meglio i lavoratori a basso costo, ma poi, alla fine, magari qualcuno s’arrabbia.

Le donne dell’Omsa sono di fronte a un impegno gravoso e dall’esito per nulla scontato. Emanuela Nanni, 47 anni di cui 23 passati in fabbrica, lavora alle confezioni. Spiega: «Golden Lady è un grande gruppo, non è pensabile che a Mantova facciano gli straordinari, che in Serbia vogliano assumere ancora centinaia di operai e noi invece chiudiamo tutto. Se ci sono difficoltà, se davvero c’è la crisi allora spalmiamola un po’ su tutti, facciamo i contratti di solidarietà che ci consentono di andare avanti, di prendere fiato e di studiare altre soluzioni per il futuro. Ma non si può mandarci a casa con un calcio nel sedere, qui non si trova più lavoro bisogna difendere quello che abbiamo».

Le operaie Omsa sono un bastione della città. L’azienda nacque nel 1940 per iniziativa dei conti Orsi e Mangelli, imprenditori del petrolio da cui traevano la fibra per le calze. Negli anni Settanta la società occupava mille dipendenti, diventando sinonimo di successo grazie anche a una comunicazione pubblicitaria efficace e alla sponsorizzazione di Miss Italia. «Omsa, che gambe...» si ascoltava a Carosello. Poi la società fu acquisita dalla famiglia Grassi di Mantova e gli addetti sono diminuiti nel tempo. Una volta la fabbrica era in centro città, le lavoratrici avevano addirittura la manicure in azienda perché le unghie dovevano essere sempre a posto per evitare di danneggiare i fili e il tessuto. Bisognava togliersi anelli, spille, orecchini, nulla doveva minacciare la produzione della calza. «Una volta eravamo legate, c’era più solidarietà anche se oggi ci siamo ritrovate, stiamo facendo una bella battaglia insieme» racconta Marina Francesconi, 49 anni, un figlio di 23 anni e un marito metalmeccanico, «il padrone con la nuova fabbrica ci ha voluto dividere, lo ha studiato: nella vecchia fabbrica andavamo in mensa tutte insieme, ora si fanno i turni anche nello stesso reparto, non si riesce mai a parlare, a discutere dei problemi del lavoro». Le tecnologie non hanno alleviato il peso delle linee e dei turni ( qui si lavora dalle 5 alle 13 e dalle 13 alle 21), anzi.

Roberta Donati, 46 anni, di cui 25 a fabbricare calze, argomenta: «La macchina, la tecnologia ti impone ritmi sempre più accelerati e tu devi rispettare i tempi. C’erano certe mie colleghe che per far bella figura col capo stavano dietro a quei ritmi sempre più elevati, ma non ne vale la pena. Le più esperte tra di noi guadagnano 1000-1050 euro al mese, le nuove arrivano a 900 euro, diciamo che il padrone i soldi non ce li regala, ce li sudiamo tutti».

Il lavoro per le donne è stata una garanzia, una strada di crescita. «Le famiglie hanno fatto i passi in avanti perché c’era il lavoro, la gente si è comprata la casa e ha mandato i figli a studiare perché lo stipendio era sicuro alla fine del mese» racconta Nadia Liverani, 46 anni, «adesso cosa facciamo? L’età media delle lavoratrici dell’Omsa è appena sopra i quarant’anni, dove andiamo se perdiamo il lavoro?».

Qualcuno ha dovuto rivedere i propri progetti di vita. Daniela Ghiselli, da 25 anni in fabbrica, separata, un figlio di 18 anni: «Con questo stipendio da sola non ce la faccio, non posso pagare l’affitto e fare la spesa. Sono tornata dai miei genitori, mi danno una mano».

29 gennaio 2010
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CommentiCommenti
    • 25.
    • Globalizzatore
    • 29-01-2010 - 15:08:40

    I padroni son padroni, non danno ragioni ai servi.....lo Stato ai padroni chiede solo tasse, le provincie lo stesso, i comuni lo stesso. In Serbia,in Croazia Romania Cina Tunisia invece è come a Rosarno ognuno fa quello che vuole...nuovo schiavismo (scusate globalizzazione) Intanto noi Italiani compriamo solo prodotti importati... perche' quelli italiani non ce li possiamo più permettere. Andiamo a comperare da Calzedonia che produce in Croazia ed in Cina i Collant in offerta a 0.50 cent...come nei supermercati i prodotti anche di marca senza curarci minimamente della provenienza del prodotto... giustamente vista la crisi l'importante e' risparmiare. Poi leggiamo che abbiamo comperato pigiamini al veleno (che contengono ftalati)da note catene commerciali (Artsana, Calzedonia, Upim ecc) tanto ai ns. figli il cancro non viene subito ma quando sono grandi. CK, Nike.Adidas, armani, benetton ecc..ecc.. producono da decenni le loro schifezze all'estero fregandosene altamente dei costi sociali delle loro scelte. Lo Stato dovrebbe intervenire, salvaguardare il Made in Italy, la ns. civilta' (non saremo mai competitivi con paesi con un grado di civilta' inferiore al ns.), ma allo Stato mon conviene... conviene tenerci poveri ed ignoranti.

    • 24.
    • franco da taranto
    • 29-01-2010 - 12:05:10

    trentanni fa un sindacalista mi disse: "la fabbrica è la nostra"..... questa fabbrica, qualsiasi cosa produca, in qualsiasi posto sia localizzata, è fatta di patrimonio impiantistico, realizzato quasi sempre con soldi pubblici, e soprattutto di know-how e maestranze.... se invece che piangersi addosso, si pretendesse in cambio del tfr la proprietà degli impianti, a partire dalla yamaha-italia, per finire a omsachegambe, la forza lavoro diventerebbe imprenditrice di se stessa e il padrone che, se non se li è fumnati tutti i suoi soldi, può starsene a casa, toglie il disturbo. ma questa è una soluzione troppo banale e quindi si chiama utopia, perchè se metti insieme due italiani per fare bussines... ognuno dei due sta già pensando a come fregare l'altro... e quindi saliamo sui tetti che poi qualcuno continuerà a fregarci!

    • 23.
    • Paolo - Pordenone
    • 29-01-2010 - 11:32:37

    Finalmente la gente ha cominciato a svegliarsi dopo 16 anni di coma! Tutti i nodi vengono al pettine nei momenti di crisi! Ma gli amici della Lega Nord che si vantano da sempre di essere vicino ai problemi della gente con tutta la loro capillarità territoriale che fine hanno fatto? In tutte le crisi aziendali del nord non si è visto alcun fazzoletto verde compreso a Malpensa! In compenso in tutte le trasmissioni televisive sono sempre presenti! Roma e le poltrone fanno gola a tutti! In bocca al lupo alle colleghe delle Omsa da un impiegato cassintegrato da Euro 722,00 mensili del ricchissimo Nordest capitanato dalla Lega Nord!

    • 22.
    • salvo da bivona
    • 29-01-2010 - 11:30:10

    c'è sempre chi approfitta per poter cogliere l'occasione e delocalizzare da qualche altra parte per avere maggiori guadagni, in tv spesso abbiaqmo sentito che in questa o qualche altra azienda si è come in una famiglia, ma lo sappiamo benissimo che anche dentro le famiglie a volte ci sono situazioni pesanti dovute principalmente a questioni d'interesse, pertanto se un imprenditore chiude con l'intenzione di andare da qualche altre parte il motivo sono gli interessi economici che si vogliono perseguire. A quanto pare l'Omsa vuole fare molta strada e andare lontano a produrre, ed i suoi collant non fanno stancare le gambe forse per l'alta qualità del prodotto, merito imprenditoriale ma anche delle maestranze dentro la fabbrica. Ma a quanto pare le maestranze e gli operai in tutta la crisi che stiamo vivendo non hanno diritto ad esprimere nemmeno una lettera di una parola, pensiamo se devono dire la loro.

    • 21.
    • claudio
    • 29-01-2010 - 11:27:46

    Il capitalismo non è necessario e lo sfruttamento delle persone esiste già da prima della nascita di tale sistema o di altri camuffati.Quello che vediamo è il frutto di una classe politica asservita al potere economico che non riesce a fare ne le regole e neppure a farle rispettare l'evasione, il precariato senza tutele lo scudo fiscale e la ricerca dell'impunita sono cose alla luce del sole ma quando si parla di giustizia per migliaia di lavoratori i politici dove sono.I sindacati sono 20 anni che le industrie fanno record di fatturato con gli operai e i precari meno pagati d'Europa, conoscono benissimo le aziende dove si lavora in nero ma è meglio che la denuncia la faccia l'immigrato tanto un tavolo con sacconi lo trovano sempre.

    • 20.
    • Massimiliano da Taranto
    • 29-01-2010 - 11:25:19

    E meno male che il nemico da combattere era il comunismo

    • 19.
    • patrizia
    • 29-01-2010 - 11:21:15

    e' una vergogna legalizzata. Io di mio non compererò più niente di questo marchio, ecosì dovrebbero fare tutti. Speriamo che lo stato intervenga. Non mollate

    • 18.
    • Elda Sortino
    • 29-01-2010 - 11:10:46

    Termini Imerese, call centers, Omsa, scuola, famiglia, Haiti, Teheran.. La lista è infinita. Le donne non mollano mai e sono sempre in prima fila, in Italia e in tutto il mondo. E allora ...perchè non sostenerle scendendo in piazza?

    • 17.
    • bakunin
    • 29-01-2010 - 11:10:19

    questo governo sa solo dare incentivi per le auto he poi deve fermare perchè inquinano,italiani coglioni perchè le comprate, fateli chiudere, che producano pannelli solari o trattori

    • 16.
    • enrico
    • 29-01-2010 - 11:05:58

    ... ma cosa protestano questi operai che hanno in maggioranza dato il voto all'attuale governo ... ma sono proprio bischeri!

    • 15.
    • daniela
    • 29-01-2010 - 10:56:27

    ma dico voi avete mai avuto un'azienda prima di commentare a favore delle lavoratrici per quello che stanno facendo.....forse nell'articolo bisognava scrivere che non è il primo picchetto omsa ma sono storici....mmmmmaaaa dddaiiiii!!!!!!

    • 14.
    • argo
    • 29-01-2010 - 10:46:16

    che si chiami neoliberismo o globalizzazione o altro, questi sono gli effetti, che schiacciano l'essere umano davanti al profitto, e spesso ce ne rendiamo conto solo quando colpiscono terribilmente vicino a casa. anche a costo di chiudervi dentro a tempo indeterminato e continuare a produrre da voi quello che avete sempre prodotto per i guadagni di altri... tenete duro! un vostro concittadino.

    • 13.
    • Filippo
    • 29-01-2010 - 10:41:30

    Povera Italia.... Ovviamente, ufficialmente, va tutto bene. Per restare in tema, leggo sullla Repubblica on line che nel 2010 le aziende hanno in previsone di assumere solo qualche ragazzotto, ovviamente a tempo determinato, purché non troppo "adulto". Gli altri, quelli che davvero hanno bisogno e che magari hanno pure famiglia, possono anche morire di fame. Mi chiedo: ma non sarebbe più onesto, ed anche economico, incentivare, da parte dello Stato, i cittadini ad emigrare con contributi appositi e accordi internazionali? Invece di Win for life, Leave for life....

    • 12.
    • maurizio da ferrara
    • 29-01-2010 - 10:20:03

    Sono quei casi in cui dovrebbe intervenire anche il Gov. ma questo già lo fà, favorisce l'espatrio delle industrie dall'Italia, in quei paesi dove la mano d'opera costa meno, però fà leggi che permettone di riportare in Italia i soldi rubati, gli operai meglio non farli vedere in tv, molti altri sono in queste situazioni disastrose, ma meglio non far sapere, tranne l'unita in prima pagina, bisogna meditare è smettere un pò di sognare.

    • 11.
    • francy
    • 29-01-2010 - 10:12:30

    Vergogna, vergogna, vergogna! Abbiamo un governo che con il suo leader ci rassicura "In Italia va tutto bene, bisogna avere ottimismo", intanto continua ad occuparsi solo dei suoi interessi e intrallazzi; hanno votato una legge con cui "democraticamente" eleggiamo chi vogliono loro.. ma li vorrei vedere tutti questi papaveri rimettersi in gioco ... senza una legge che li tuteli non verrebbe eletto nessuno di loro... anche la sinistra non prende posizione ... non si sente abbastanza! Bisogna scendere in piazza ..mobilitarsi..indignarsi per tutto questo schifo!!! Altro che reality e quant'altro per tenerci zitti e buoni.Bravo Santoro che con Annozero apre gli occhi a tutte le persone di buon senso e oneste!

    • 10.
    • Albo
    • 29-01-2010 - 10:00:49

    Questi imprenditori non hanno a cuore la loro azienda e la professionalità dei propri lavoratori, ma solo qualche euro in più.

    • 9.
    • giorgio
    • 29-01-2010 - 09:59:52

    se le aziende guadagnassero qualcosa anche 1 euro all'anno non chiuderebbero . di chi è la colpa ? questo giornale è già stato chiuso in passato perchè perdeva un sacco di danaro e se non avesse i contributi statali ed un partito che lo foraggia sarebbe già chiuso .

    • 8.
    • Massimo Barone
    • 29-01-2010 - 09:58:23

    Quando il governo di confindustria andrà via, dovremo approvare una legge nel quale si obbliga le aziende che hanno delocalizzato o intedono farlo, al rispetto contrattuale italiano, praticamente dovranno pagare gli operai gli stessi soldi degli italiani, e il rispetto delle regole di sicurezza.

    • 7.
    • Ettore
    • 29-01-2010 - 09:47:46

    Gli imprenditori e i ricchi italiani non hanno né patria né coscienza.Delocalizzano andando a sfruttare fuori e mettendo in ginocchio paese e famiglie. I ricchi comprano prodotti costosi stranieri e non é che molti benestanti facciano meglio. Altro che fratelli d'Italia! Siamo l'un contro l'altro armati blaiterando di amore e di civiltà.Un popolo che si vuol bene pensa al prossimo come a se stesso!

    • 6.
    • Nuovo
    • 29-01-2010 - 09:45:55

    "Ormai è chiaro: il progetto del Pd è fallito." Chiamparino, ieri sul Riformista. Ma voi continuate pure a disinformare..

    • 5.
    • Mirco da Perugia
    • 29-01-2010 - 09:43:33

    Forse è giunto il momento che anche chi acquista debba riflettere sulle implicazioni socio-economiche del prodotto che sta per comprare. E che lo Stato si faccia sentire nei confronti di quelle Aziende che prima prendono i finanziamenti pubblici e poi scappano.

    • 4.
    • franco
    • 29-01-2010 - 09:39:33

    ci pensa òa lega loro sono bravi a stare con gli operai per prendere il voto e basta gli avatar

    • 3.
    • ivan
    • 29-01-2010 - 09:36:39

    non mollate. patria o morte

    • 2.
    • Ignazio
    • 29-01-2010 - 09:23:19

    ringraziate i sindacati

    • 1.
    • MrPulp
    • 29-01-2010 - 09:22:25

    Dai ragazze tenute duro!!

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