Il diario di Oxfam: l'obitorio finalmente vuoto

di Caroline Gluck, operatrice di Oxfam, partner di Ucodep tutti gli articoli dell'autore

Il cartello sul muro mi fa tirare un sospiro di sollievo: «Nessun cadavere dalle 15.30». Il mio orologio segna le 16.00. Per fortuna, quando entro nell’obitorio dell’ospedale “Universitē de l’Ētat” di Haiti, la stanza è vuota. Fuori, però, il suolo tristemente vischioso ricorda che tanti corpi senza vita sono stati portati all’obitorio pubblico da quando il terremoto ha colpito Haiti. Sono venuta all’ospedale pubblico, uno dei più grandi di Haiti, per vedere il lavoro fatto da Oxfam.

La mia collega Karine Deniel, specializzata in salute pubblica e risposta alle emergenze, è stata chiamata dall’ospedale una settimana fa. E’ visibilmente scioccata da quanto ha visto: l’ospedale era strapieno, con più di mille pazienti. Molti di loro erano in attesa di un intervento chirurgico, ma non c’erano né acqua corrente né elettricità. Fuori l’obitorio, racconta Karine, pile di cadaveri giacevano coperti solo da teli. E non c’era acqua per fare le ingessature ai pazienti con arti fratturati.

Oxfam ha così installato un serbatoio da 5mila litri nell’ospedale e ha trasportato l’acqua affinché potessero essere lavati i camici dei chirurghi, le coperte e le lenzuola. Ma l’acqua è servita anche per riaprire la cucina e permettere di lavare l’obitorio. «Oxfam ci ha aiutato», dice Hencia Josena, una delle addette alla lavanderia. «Prima non avevamo né acqua né sapone». Anche per Jean Robert Deus, collega di Hencia, i giorni senza acqua sono stati duri: «Regnava la confusione. Nella sala operatoria i vestiti dei dottori erano macchiati di sangue».

Molti pazienti sono ancora fuori dall’ospedale, alloggiati in tende. Hanno paura di dormire sotto un tetto per timore delle scosse di assestamento. La dedizione del personale che lavora qui mi ha impressionato e al tempo stesso mi ha fatto sentire piccola. Dagli addetti alla lavanderia a quelli della cucina, per arrivare al costante flusso di medici volontari. George Williams, giunto da New York per lavorare al triage, è uno di loro: «Anche se la situazione è critica, questo è il migliore intervento umanitario che abbia mai visto», mi dice lodando i «fenomenali» medici haitiani con cui ha lavorato. «E’ lo spirito che si respira qui, il sostegno che arriva da tutto il mondo».

 

26 gennaio 2010
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