Fuga dalla Calabria, la meta è ancora Castel Volturno

di Massimiliano Amatotutti gli articoli dell'autore

Le prime avanguardie sono arrivate a Castel Volturno già nel primo pomeriggio di ieri a bordo di scassatissime auto gonfie di disperazione e masserizie. Negli occhi umiliazione e terrore, davanti la prospettiva di tre mesi da invisibili braccati dalla legge e, quel che più angoscia, senza lavoro. Fino a marzo l’agricoltura campana è quasi completamente ferma: nel Casertano, come nella Piana del Sele, i campi danno lavoro nove mesi l’anno.

La transumanza dei migranti verso Calabria e Sicilia, come la chiama il sindacalista della Cgil Anselmo Botte, è una costante. Figlia di una drammatica necessità che si ripresenta, ogni anno, a fine novembre, quando la Campania felix cessa temporaneamente di essere la terra dei sogni perché il lavoro agricolo si prende una pausa. E quindi, Rosarno, ma anche Cassibile, dove si firmò l’armistizio del ’43: agrumeti che richiedono braccia forti e temprate, che in altri periodi dell’anno vengono acquistate per pochi spiccioli, venticinque euro al giorno da cui ne vanno detratti cinque per i caporali, per il lavoro sotto le serre o tra i filari di pomodori San Marzano.

Tra oggi pomeriggio e domani gli scampati all’inferno calabrese terranno un’assemblea a Castel Volturno. Il rischio che si possano ripetere episodi di intolleranza è ritenuto elevatissimo: la Questura di Caserta teme l’effetto imitazione. La situazione, d’altro canto, è quella che è: lo sanno bene anche i ragazzi dell’ex Canapificio di Terra di Lavoro, che a settembre del 2008 fecero quasi da forza di interposizione tra la popolazione locale e i migranti inferociti, che in un pomeriggio e una serata di ordinaria follia e disperazione misero a ferro e fuoco 17 chilometri di litorale. Poche ore prima, i macellai della banda criminale di Peppe Setola, capo dell’ala stragista del clan Bidognetti, avevano massacrato senza pietà sei ghanesi davanti a una sartoria etnica. Fu il punto più alto di un conflitto strisciante, di cui si teme una riproposizione: quello tra le cosche Casalesi e l’esercito dei nordafricani, quasi quindicimila, accampati lungo la Domitiana.

Il rientro anticipato di chi, come ogni anno, a novembre si era spostato in Calabria per mere esigenze di sopravvivenza non pone soltanto problemi di ordine pubblico. Minaccia di alterare equilibri consolidati tra le stesse comunità stanziali, che nei tre mesi della raccolta delle arance in Calabria e Sicilia riescono a tirare avanti proprio grazie al decremento demografico prodotto dalla «transumanza».

Scenario più o meno simile nella Piana del Sele, dove la smobilitazione coatta del ghetto ebolitano di San Nicola Varco aveva anticipato molte partenze. Degli ottocento occupanti, tutti maghrebbini, solo settantatre hanno trovato accoglienza in strutture messe a disposizione dai Comuni della zona.

Chi non è partito per la raccolta degli agrumi si è raggrumato in piccole comunità accampate alla bell’e meglio nelle campagne: le cittadelle degli invisibili si sono moltiplicate, ma c’è anche chi ha trovato alloggio temporaneo in case per le vacanze, in questi mesi senza inquilini. Immobili abusivi scampati alla grande opera di bonifica ambientale intrapresa qualche anno fa dal Comune di Eboli, in cui ora vivono ammassati in trenta, anche quaranta, in sessanta – settanta metri quadrati di spazio. Costo della pigione: 100 euro mensili a persona. Un salasso perfino nei periodi in cui, spaccandosi la schiena nei campi per dieci ore al giorno, un bracciante extracomunitario (almeno settemila quelli sfruttati dall’agricoltura della Piana, a fronte di una forza lavoro complessiva inferiore alle 10mila unità) riesce a sfangare un salario (massimo 500 euro al mese).
Figurarsi ora, che di lavoro non ce n’è.

10 gennaio 2010
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