Fini fa infuriare i leghisti: "Uno stronzo chi è razzista"
di Susanna Turcotutti gli articoli dell'autore
Alla faccia del «pulviscolo delle ideologie», dei «necessari richiami per riforme condivise», delle lectio magistralis sui diritti umani. Incontrando ragazzi e ragazzini figli di immigrati al centro «Semina» di Torpignattara, periferia di Roma, Gianfranco Fini, forse per un eccessivo sforzo comunicativo, forse perché memore del Formica de «la politica è sangue e merda», abbandona vesti e linguaggio istituzionale e dà letteralmente dello «stronzo» a chiunque abbia atteggiamenti razzisti verso gli stranieri.
Utilizza cioè, paradossalmente, l’epiteto che più di tutti nella politica italiana ha adoperato Umberto Bossi, il leader della Lega, quella di cui l’ex capo di An si considera l’alternativa moderata. «Mai più una lira agli stronzi romani» - sentenziò per esempio una volta il Senatur, beccandosi una querela da parte di Rutelli allora sindaco di Roma. L’apposita Giunta di Montecitorio non autorizzò a procedere, e del resto forse non sarebbe servito, visto che il Senatur che negli anni ha dato degli «stronzi» un po’ a tutti, ex regnanti, eroi o capi di stato che fossero.
Si capisce dunque come, adesso, con l’epiteto partito niente meno che dalla terza carica dello Stato, il leghista Roberto Calderoli non perda l’occasione. «Fini ha perfettamente ragione a dire che è stronzo chi dice che lo straniero è diverso. Ma è altrettanto stronzo chi illude gli immigrati», dice il ministro della Semplificazione. E aggiunge: «È una stronzata illuderli dicendo che in Italia c’è lavoro per tutti, visto che manca prima di tutto agli italiani». La vena polemica tra chi accusa di razzismo (Fini) e chi di illusionismo (Calderoli) è chiara, eppure finisce per annegare di raffinatezza rispetto all’epiteto reciprocamente scambiato tra i due, come tra gli sposi l’anello il giorno delle nozze.
Tutto nasce la mattina, nell’incontro tra Fini e i ragazzi del centro Semina. Ad accoglierlo in una ex scuola media della periferia di Roma ci sono quasi solo adolescenti e bambini cingalesi, cinesi, filippini, eritrei. Sono i ragazzi di cui Fini parla quando parla di immigrati. Così, per una volta, il presidente della Camera, in jeans e giacca blu, preferisce tacere. Niente discorsi. E comincia a fare domande. Cercando un clima amichevole, come fa qualunque adulto coi ragazzi e qualunque politico con le persone comuni. Battute, gag, qualche «che paraculo» che vola. «Vi è capitato qualche volta di incontrare qualche stronzo che dice una parola di troppo?», chiede ad un certo punto scatenando stupore. «Il presidente della Camera parla come voi», aggiunge Fini quasi a giustificarsi, «e poi se qualcuno vi dice che siete diversi, la parolaccia la merita: voi la pensate, io la dico».
Mentre cominciano a circolare versioni diverse dell’episodio («Ti dicono negro? E tu rispondigli stronzo», riferisce Altero Matteoli dopo una telefonata con Fini), mentre la mente va allo scranno più alto di Montecitorio, il portavoce di Fini cerca di evitare polemiche: «Quel termine così crudo non è politicamente corretto, ma nei confronti dei razzisti è l’unico giustificato», spiega in una nota.
Eppure la preoccupazione sulla terminologia della terza carica dello stato si rivela, per la politica almeno, tutto sommato eccessiva. I leghisti, come si è visto, rispondono per le rime. E all’opposizione, Udc compresa, si applaude alla sostanza. «Anche se si usano le stesse parolacce, c’è chi ha torto e chi ha ragione. E in questo caso ha ragione il presidente Fini che ricorda i princìpi elementari di uguaglianza», dice Rosy Bindi. Mentre Livia Turco si augura «che le sue idee diventino quelle di tutto il centrodestra». «Quelli di destra si convinceranno», aveva già risposto l’ex leader di An parlando coi ragazzi di Torpignatta.




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