Presidente ventriloquo al Senato

di Guido Melistutti gli articoli dell'autore

Quando ero ragazzo, il presidente del Senato si chiamava Cesare Merzagora. Era un signore alto, segaligno, vestito di scuro. Parlava poco. Sorrideva anche di meno. Si definiva il notaio della Repubblica. Incuteva in amici e avversari unanime rispetto. Faccio fatica ad accostare a questo ricordo l’immagine dell’attuale presidente Renato Schifani. Il quale, in assenza del Capo dello Stato, quando cioè dovrebbe esprimere nella sua persona il massimo della neutralità e della solennità delle istituzioni, se ne esce con dichiarazioni estemporanee, tutte interne al gioco politico, sul fine legislatura prossimo venturo. È come se in una partita di calcio l’arbitro giocasse per una delle due squadre e facesse gol. Come se un giudice (visto che di giudici è di moda discutere, a sproposito) scendesse dal suo scranno per indossare la toga dell’avvocato. Per di più Schifani non parla per sé. Lascia intuire (e lascia che si dica) che dietro c’è qualcun altro, un dante causa potentissimo, che lo ispira e poi magari (come è accaduto) lo smentisce. Come definirlo, dunque, questo curioso presidente del Senato? Un portavoce? Un ventriloquo? L’agenzia di stampa del premier?
Così, giorno dopo giorno, si sgretolano le istituzioni, anche le più alte. Con la scusa che la costituzione materiale prevarrebbe su quella formale (la Carta solennemente firmata dai padri costituenti) tutto diventa lecito: maggioranze prone al governo, parlamenti che non legiferano ma si riducono a votare la fiducia, ministri senza più autonomia, «partiti del predellino» senza congressi e senza democrazia interna. Nel deserto delle istituzioni, conta solo il volere di uno.

19 novembre 2009
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