Silenzio, censura e restrizioni Così la Cina «festeggia» Tienanmen
Si può ricordare un anniversario simbolico per la libertà e la democrazia censurando tutte le fonti d'informazione del Paese? In Cina si può: per il ventesimo anniversario del massacro di Tienanmen, compiuto dall'esercito cinese nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989, Pechino si è chiusa nel silenzio ufficiale, ha serrato l'accesso alla storica piazza, ha aumentato la censura su Internet e ha rafforzato le restrizioni sugli attivisti.
La giornata è particolare nella capitale, dove parlare in pubblico del massacro continua ad essere un tabù. Attorno alla piazza i poliziotti perquisiscono chi si avvicina alla zona. Un massiccio schieramento di poliziotti in divisa e in borghese controlla oggi ogni angolo di Piazza Tienanmen. La zona, piena di turisti come di consueto, è però proibita ai giornalisti.
Decine di dissidenti, tra cui la fondatrice delle 'Madri di Piazza Tiananmen', Ding Ziling, sono state messe agli arresti domiciliari o addirittura allontanate da Pechino per precauzione. Uno dei più noti, Qi Zhiyong, che perse la gamba sinistra nel 1989 ed è sotto costante sorveglianza della polizia, ha inviato un sms all'agenzia France Press per far sapere che è stato costretto a salire su un'auto per essere portato via da Pechino. La Bbc ha raccolto le testimonianze di molti altri dissidenti ai quali è stato detto di lasciare la città o di restare chiusi in casa. La morsa del governo ha stretto anche Hong Kong, la ex colonia britannica dove la libertà di espressione è tradizionalmente più garantita: a diversi dissidenti e attivisti per i diritti umani è stato negato l'ingresso.
«Ogni giorno - ha raccontato Qi Zhiyong - devo mandare a scuola mia figlia su una macchina della polizia. Stavolta, quando mia figlia è scesa, gli agenti si sono rifiutati di far scendere anche me. Al contrario, sono saliti altri due agenti, mi hanno costretto a sedere nel mezzo, e ora mi stanno portando via da Pechino. E hanno intenzione di togliermi il cellulare».
E a quel punto tutte le chiamate al telefonino di Qi, 53 anni, a cui era stato chiesto nei giorni scorsi di lasciare la capitale, sono andate a vuoto. Del resto, lui è abituato ad essere allontanato in occasioni «sensibili». Per lui non è la prima esperienza del genere: fu portato via durante le Olimpiadi di agosto, quando a febbraio arrivò in Cina il segretario di Stato Hillary Clinton, e a marzo, durante l'annuale sessione del Parlamento cinese.
La censura va a tutto spiano: le notizie sul sanguinoso massacro che pose fine a sette settimane di proteste degli studenti vengono periodicamente tagliate dagli schermi della Bbc e Cnn, in lingua cinese. Decine di siti Internet sono stati bloccati dalla censura per impedire la diffusione di informazioni e fotografie. Le edizioni di alcuni giornali stranieri sono comparse nelle edicole senza gli articoli dedicati al ricordo del massacro. La televisione e i grandi mezzi di informazione cinesi non fanno menzione dell'anniversario, ma il quotidiano in lingua inglese, Global Times, pubblica un breve articolo nel quale ricorda i fatti dell'89 definendo il massacro nel quale furono uccise centinaia di persone, l«'incidente del 4 giugno». Alla vigilia dell'anniversario, Pechino ha deciso di bloccare anche l'accesso al microblogging Twitter, alla posta elettronica di Hotmail, al nuovo motore di ricerca Microsoft Bing e al server fotografico Flickr, censure che si sommano alle numerose restrizioni a cui già sono soggetti gli utenti cinesi del web, penalizzati dalle censure di Youtube, Blogspot, Wordpress.
Secondo il gruppo umanitario Dui Hua (Dialogo) sono ancora in prigione una trentina di persone; centinaia di ex-dirigenti del movimento sono riusciti ad espatriare e oggi vivono in esilio. Il segretario di Stato Usa Hillary Clinton ha chiesto alla Cina di pubblicare i nomi dei morti di Piazza Tiananmen e di render noti anche i nomi delle persone scomparse o arrestate. Ma la richiesta della Clinton non è stata gradita: Pechino ha espresso «forte insoddisfazione» per l'appello del segretario di Stato: «L'iniziativa americana rivolge accuse infondate al governo cinese ed esprimiamo forte insoddisfazione», ha commentato il portavoce del ministero degli Esteri, Qin Gang, nel corso del briefing svoltosi nel ventesimo anniversario della repressione della protesta studentesca.



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