La Resistenza di un comandante turco
di Furio Colombotutti gli articoli dell'autore
È stato detto, con parole belle e autorevoli, che «la Costituzione non è un residuato bellico» (Giorgio Napolitano, 22 aprile). È stato scritto, in modo limpido, da un autore incontestabile: «Non potete dividere la festa della Liberazione del Paese secondo i colori delle preferenze politiche» (Giorgio Bocca, la Repubblica, 21 aprile).
Ricorderemo le due frasi perché confermano con forza il legame fra Liberazione e Costituzione, che è anche il pilastro su cui si fonda la Repubblica. È la Storia italiana. La Storia non è un’opzione su cui si possano dire frasi allo stesso tempo futili e distruttive come quelle del primo ministro Berlusconi sulla «impronta sovietica della Costituzione italiana». O del ministro della Difesa La Russa che, benché parte dell’istituzione «governo», non ha esitato a dire, fino a poco fa, che «non si può sfilare con i partigiani rossi».
Ma su questa scena triste in cui si vede un governo che sembra non sapere nulla della vera Storia italiana e si adatta a qualche frase gentile sulla Resistenza, come se si trattasse di buone maniere, c’è un terzo protagonista che non può essere dimenticato. Si tratta del ministro dell’Interno Maroni (Lega Nord) che ha occupato il punto più sensibile di controllo della vita italiana. E lo usa per una aperta e pericolosa catena di iniziative contro gli immigrati, legali e clandestini, adulti e bambini, nei posti di lavoro e nelle scuole, cercando con metodo e accanimento di negare ai nuovi profughi un luogo per sbarcare e un luogo per pregare.
Il danno che questo ministro dell’Interno fa all’Italia e alla sua immagine è molto grande, a cominciare dalla sua frase ormai tristemente celebre: «Con gli immigrati dobbiamo essere cattivi». Una bella prova di disumanità di governo, di offesa alla Costituzione, di negazione della Resistenza.
Questo danno ha improvvisamente raggiunto dimensioni di portata mondiale con l’atroce vicenda della nave turca Pinar. Il suo comandante Asik Tuycun ha preso l’iniziativa di salvare dal mare in tempesta centocinquanta naufraghi avvistati mentre stavano annegando. I gommoni avariati partiti dalla Libia erano affondati. È inutile chiedersi quante altre navi, come la Pinar, avranno visto e ignorato, considerato l’azzardo di salvare vite umane nel Mediterraneo.
In Italia chi salva naufraghi rischia la condanna come «mercante di carne umana» se le persone giungono vive alle coste italiane. Certo il comandante Asik Tuycun ha rischiato anche con il suo armatore. Chi lo ripagherà dei giorni perduti con il suo carico umano bloccato in mare? Infatti, raccolti i superstiti (centoquarantacinque), constatata la morte di una di loro, una giovane donna incinta, e l’abbandono in mare di un bambino già morto, la nave turca si è diretta subito verso Lampedusa pensando che gli esseri umani non si impegnano in dispute sulla salvezza di esseri umani. Se mai dicono «grazie» in nome della civiltà, per ogni salvataggio. Ma appena sfiorate le acque territoriali italiane la Pinar è stata fermata e bloccata dalla corvetta militare italiana Lavinia.
Ci hanno raccontato di un «braccio di ferro» fra Italia e Malta: chi deve accogliere i salvati dal mare? Non dirò niente su Malta. Non c’erano giornalisti italiani, europei, americani, che abbiano potuto narrare del comportamento maltese. Ma il New York Times ha parlato dell’Italia. Sappiamo della corvetta Lavinia perché ne ha scritto l’inviato di Repubblica, Francesco Viviano, il solo italiano (e su l’Unità Federica Fantozzi citando il collega della radio tedesca Karl Hoffman ) salito sulla nave carica di immigrati morenti (20 aprile).
In tutta l'informazione italiana non c’è alcuna altra narrazione o annuncio o denuncia sull’intervento della corvetta militare Lavinia per fermare al largo la nave dei folli (folle il capitano a salvarli, folli gli immigrati a contare sul normale senso di civiltà dell’Italia). L’evento, che in ogni momento è stato descritto da molti giornali e tv come scontro diplomatico, è stato, invece, l’impuntatura elettorale del ministro dell’Interno leghista Maroni deciso ad offrire ai «popoli» e ai «territori» della Padania (o «alla nostra gente», come dice il capogruppo leghista Cota) la vita dei disperati della Pinar e il corpo ormai putrefatto della donna incinta.
Mentre il dramma era in corso, i due personaggi leghisti (Maroni e Cota) hanno avuto il coraggio di dire: «Non c’è alcuna emergenza sulla Pinar». In quel momento superstiti ed equipaggio erano costretti a bere acqua di mare per sopravvivere e i naufraghi stipati all’aperto sono rimasti esposti per quasi una settimana al sole a picco di giorno, al gelo delle notti. Questa volta il nome, il giorno, il pensiero della Liberazione italiana hanno un colore. È il colore dei vivi e dei morti della nave Pinar e del suo comandante che dobbiamo onorare come uno che ha fatto la sua Resistenza. L’ha fatta a nome e per conto di un’Italia assente, ostile o indifferente.



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