Quella volta che vinse Spartaco: alle origini del Gran Premio della Liberazione

di Claudio D’Aguannotutti gli articoli dell'autore

In un sellino e un manubrio Pablo Picasso vedeva la testa rinsecchita d’un toro mentre il dadaista Duchamp con una ruota nuda, piazzata su uno sgabello da cucina, sfotteva l’arte e i suoi confini. I due, il francese di Rouen e il cubista malaguegno, non si potevano vedere e la borraccia, al contrario di Coppi e Bartali, non se la sarebbero mai passata. Il futurista Boccioni, nel garbuglio di leve d’una bicicletta, tra pedivelle pignoni e catene, ci spennellava il proprio amore per le macchine e la velocità. Mario Sironi la ritrovava spesso nelle sue periferie inquiete mentre gli operai e i contadini rossi di Renato Guttuso andavano ai comizi pedalando. Eugenio Bomboni in vita sua un pennello non l’ha mai toccato ma da tempo traffica tra corse spinte a rapportoni 53 per 12 o volate risolte con la «dinamite al culo dei decimi di secondo». La sua opera d’arte si chiama Gran Premio della Liberazione ed è una classica per i dilettanti di tutto il mondo.

«La prima edizione è del 1946 – precisa la sua calata toscana di ceppo Valdarno - io però ci arrivai nell’anno delle Olimpiadi. Quella volta c’era anche la fortissima squadra dell’Urss. Il traguardo era a Tor di Quinto ma arrivò primo Aurelio Bianchi. Il percorso allora variava anno per anno e seguiva un po’ la mappa dei quartieri popolari. A Tiburtino III nel ’66 fu la prima volta d’uno straniero come il ceco Kvapil. A Tor de Schiavi non mi chiedere chi fu a tagliare il traguardo chè mi ricordo solo che c’era una come la Bolkan, quella morona della Florinda Bolkan, a farla da madrina. A Valmelaina invece fu beffa per Moser che t’aveva fatto la gara dall’inizio. Nel ’74, con l’arrivo a Cinecittà, vinse lo jugoslavo Bilic. L’anno dopo a Fiumicino fu la volta dell’abruzzese Masciarelli uno che da professionista avrebbe fatto una carriera niente male. Dopo d’allora la corsa passò sul cosiddetto circuito di Caracalla. Qui hanno vinto fior di campioni come un certo Gianni Bugno che in volata regolò tutti nell’85 e qui ha corso gente come Cipollini, Abdujaparov o quel mitico squadrone sovietico diretto da Kapitanov con dentro uno come Serghej Soukhoroutcenko». Il fortissimo Soukho o il bimondiale iridato Bugno, prof con la maglia dell’Atala, sono senz’altro tra le figure più esaltanti del Liberazione. Non sono però le sole. «Partecipare e magari vincere di 25 aprile porta sempre bene – insiste l’organizzatore - Anche Halupczok, primo nell’89, il danese Petersen e Claudio Golinelli sono diventati campioni del mondo. Tanti, come Remo Tamagni, Romeo Venturelli o, prima di loro, Guglielmetti, Rosati, Donato Piazza, Ceppi e Toniolo, hanno scritto pagine indimenticabili».

Una delle leggende viventi citate dal patron ha un nome che sa proprio di mito e di riscatto proletario. Si chiama Spartaco Rosati, ha svoltato da un pezzo le ottanta primavere e quelle prime edizioni le rievoca da protagonista. «C’avevo una Nulli – precisa il campione cresciuto a Torpignattara - e quelli erano anni che andavo forte». Quelli del resto erano i giorni della ricostruzione e sulla prima pagina dell’Unità il sorriso della festa d’aprile aveva il volto d’una ragazza e i versi di Alfonso Gatto. «E fummo vivi, insorti, con il taglio ridente della bocca» cantava il poeta salernitano mentre nella Roma desta del 46 partiva la prima corsa della Liberazione organizzata da Franco Mealli, fortemente voluta da Arrigo Bulow Boldrini e lanciata alla partenza da uno starter partigiano di nome Cino Moscatelli. «La prima gara era un circuito dalle parti di Villa Borghese con arrivo in Viale Tiziano – rievoca felice lo Spartaco corridore - E allora c’erano le più forti formazioni regionali. C’era l’Audace, la Velodromo Appio, l’Indomita, la Trionfale. C’era la Lazio ovviamente ma c’eravamo pure noi della As Roma diretti da Peppino Stinchelli. Verso l’ultimo giro, sulla salita di San Valentino, ci fu la selezione e disputammo la volata in tredici. Risultato quattro giallorossi nei primi quattro. Per due macchine, come si diceva allora, vinse Gustavo Guglielmetti, poi il sottoscritto davanti a Mazzella e Fossa. L’anno dopo mi rifeci, vinsi io e fu una lotta a due con Paolo Santolini che guarda caso vestiva proprio i colori della Lazio. Ne ho vinte un mucchio di corse e pò pure passa’ un secolo ma un Gran Premio vinto di 25 aprile ti rimane dentro. Sempre».


25 aprile 2009
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