Il suicidio di Roberta Tatafiore

di Adele Cambriatutti gli articoli dell'autore

Me la ricordo, Roberta Tatafiore, che correva attraverso il solenne e semi-diruto cortile del Governo Vecchio occupato dalle donne, e la sua testa di ricci neri corti e lucenti sembrava esprimere visivamente il fermento, la passione intellettuale, che l’animava e non aveva mai tregua in lei: frequentava allora le lezioni del Centro Studi Virginia Woolf, dove arrivava, carismatica, a volte,anche Rossana Rossanda, e Roberta faceva, giovanissima, i suoi esordi di giornalista proprio sulle colonne del prestigioso «quotidiano comunista».

Poi, a un certo punto, incrociò Pia e Carla, la coppia femminile che aveva costituito anche in Italia il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute. Ed insieme a Maria Adele Teodori, giornalista e scrittrice Radicale da sempre, inventarono «Lucciola» - credo che Maria Adele pagasse di tasca propria quel giornale con distribuzione militante - e si divertirono, tutt’e due, Roberta e Maria Adele, una bruna e una bionda, a farsi protagoniste di un fotoromanzo a puntate con l’obiettivo di diffondere tra chi faceva quel «lavoro» la consapevolezza dei propri diritti.

Ben presto, alla metà dei ’70, il Movimento delle Donne si spaccò tra chi - Roberta Tatafiore in testa, Maria Adele Teodori, Michi Staderini (la prima ideatrice del «Virginia Woolf»)- riteneva la prostituzione un lavoro come un altro, e chi invece considerava l’invasione del proprio corpo come la peggiore delle umiliazioni. Dieci anni dopo, l’ideologia della prestazione sessuale femminile in cambio di soldi, elaborata da Roberta, si era già sviluppata in una direzione, quella del «sesso commerciale», che definirei trionfalistica: vendere il proprio corpo, accettare centinaia di contatti(invasioni)da parte di sconosciuti spesso ripugnanti, era una forma di emancipazione della donna che andava vista in modo pragmatico e senza giudizi morali o peggio «moralistici»”.

Era questo che Roberta sosteneva nel suo primo libro sull’argomento, «Sesso al lavoro - Da prostitute a sex workers». Un libro che fece ovviamente scandalo, e Tatafiore, laureata in sociologia, si aprì la strada verso la ricerca (Per l’Eurispes compilava il rapporto annuale sulla pornografia). Il suo linguaggio ormai era quello di una autentica businesswoman, io andavo alle sue conferenze, alle presentazioni dei suoi libri - dopo «Sesso al lavoro» fu «Uomini di piacere… e donne che li comprano» - e mi arrabbiavo regolarmente. Ma restavamo amiche, io un po’ vetero – accanita a sostenere che è l’esistenza del «cliente» il bandolo della matassa - e lei a ribattere: «Siamo state delle avanguardie, trent’anni fa, nella identificazione del “cliente”, come responsabile del fenomeno, ma ora voi che siete rimaste sulle stesse posizioni siete la retroguardia. E Dio non voglia che arrivi anche da noi una legislazione come quella svedese, contro il “cliente” e per la rieducazione delle prostitute!».

In quanto agli uomini di piacere, il discorso di Roberta era ancora più trionfalistico: di fronte a statistiche in Italia ancora insignificanti - uno dei prostituti bisex da lei interpellati calcolava in un rapporto da 1 a 15 le richieste che gli arrivavano da donne e da uomini - per l’autrice di «Uomini di piacere… e donne che li comprano», il potere del danaro congiunto al potere sessuale - che deriverebbe alle nuove «clienti» dall’aver scoperto con il femminismo il diritto al piacere(!)- sarebbe la molla che consente anche alle «donne comuni» di «permettersi il lusso» di pagarsi una certa quantità di sesso mercenario. Come sempre hanno fatto gli uomini.

Avevo perso di vista Roberta negli ultimi tempi. Sapevo che collaborava o aveva collaborato a tutti i quotidiani del centrodestra. Nessun giudizio, per carità! Al contrario, ammiro il suo coraggio: la sua morte così disperatamente eroica - un suicidio, non motivato, pare, da nessuna malattia inguaribile - é sostenuta da un discorso filosofico e letterario iniziato da oltre un anno; e che,approfondito in un testamento ancora non reso noto dalle amiche più vicine a lei, cui è stato indirizzato, forse aiuterà tutti e tutte a riflettere su un passaggio ineluttabile, a cui Roberta ha voluto accedere prima di noi. Per dare anche testimonianza di una società civile, quella italiana, che stenta a crescere su questi temi.

Il suo articolo di qualche mese fa, in difesa del diritto di morire di Eluana Englaro, ne è la prova. E chiudeva così: «Mi chiedo cosa accadrà, dopo la legge che il governo si appresta a varare, di quello spazio privato di anarchia compassionevole, agìta all’interno di relazioni informali… Temo che verrà fortemente ridotto. E correremo il rischio, tutti e tutte, di ritrovarci come ‘farfalle prigioniere’…» Lei ha voluto volare via prima.

16 aprile 2009
  • Condividi su:Condividi su: 
  •  Facebook
  •  Twitter
  •  Myspace
  •  Google
  •  Delicious
  •  Digg
  •  Linkedin
  •  Reddit
  •  Ok Notizie
  •  Blinklist
  •  Zic Zac
  •  Technorati
  •  Live
  •  Yahoo
  •  Segnalo
  •  Up News

Articoli correlati

--------------------------------------------------------------------------------------------------------