«Sinistra autolesionista» Veltroni torna a parlare
«Che ne pensa del discorso fatto da Fini al congresso del Pdl»? gli chiede un giovane studente che lo sta intervistando. Due battute di replica: «Interpreta con senso di responsabilità il suo ruolo, che deve essere super partes. Spero, mi auguro che continui a farlo». Ma prima prega lo studente: «Per favore, non mi faccia domande sulla politica , almeno sull'attualità politica. Ho scelto un altro ruolo per me. È un tempo nuovo, particolare». Infatti. Almeno dal giorno in cui si è dimesso da segretario del Pd, era il 17 febbraio scorso, e fino a quando chissà, Walter Veltroni ha scelto di fare altro. E di non intervenire nel dibattito politico.
Sarà per questo che ha l'aspetto rilassato: tensioni scaricate, sguardo sereno. Però oggi, chiamato dall'Università Luiss di Roma a tenere una lezione sul "cammino della sinistra" (dalle radici al pensiero democratico) qualche battuta viene fuori: la storia da ripercorrere del resto è la storia di un partito, di più partiti. E la politica ne è il cuore. Passato e presente. Dal Pci al Pd. Dalle scelte mancate e sbagliate, come quella del 1956 dopo Budapest, fino al 1996 quando dall'Ulivo sarebbe già dovuto nascere il partito democratico. Invece, grave ritardo.
Dopo l'intervista per la web tv della Luiss, durante la quale ricorda gli anni più belli «quelli passati da sindaco di Roma, la direzione de l'Unità, quelli da vicepresidente del Consiglio», Veltroni passa nell'aula grande dove decine di studenti lo aspettano. E comincia a parlare. Il riformismo, i diversi riformismi italiani, sono la cornice del discorso; dentro ci stanno i passaggi chiave della sinistra italiana, la sua storia di scissioni «fatte per conquistare maggiore unità, che paradosso», e non solo. Si va dal Partito d'azione «esperienza fondamentale, incontro di realtà diverse, ma poco conosciuta» la cui sconfitta «è una delle ragioni dell'arretratezza del nostro Paese»; per toccare poi la «grande stagione» di Berlinguer; il 1989, il crollo del Muro, il collasso di un sistema politico, cui è seguito l'inizio di un'altra storia, vera e propria.
Gli studenti ascoltano, qualcuno prende appunti. Pochi guardano il cellulare ogni tanto. Studiano Economia e Scienze Politiche all'Università di Confindustria, quella che mira a formare la classe dirigente del Paese. E loro ci credono. Sono attenti, dunque mentre Veltroni legge la relazione preparata, e anche quando si lascia andare a digressioni «a braccio». Sulla mancanza di «una vera e propria stagione riformista, come quella conosciuta da altri Paesi, Gran Bretagna e Stati Uniti sopra tutti»; sull'impressione che anche quando si concluderà «questo ciclo politico, ci ritroveremo un Paese con gli stessi difetti e le stesse contraddizioni perché mancano coalizioni coerenti e coese». Anzi, peggio. «Questa non è una destra riformista, lascerà il paese peggio di come lo ha trovato». E lui da cittadino e da politico si dice «preoccupato» per «il peggioramento della vita sociale, delle differenze tra aree povere e ricche».
Ed è sempre "a braccio" che parlando di partiti Veltroni fa un'accusa che sembra essere un'ammissione di colpa per il Pd e per la mancata sintesi: «I partiti non possono contenere dentro di sé tutto e il contrario di tutto. Devono essere omogenei, quando il partito pensa di essere governo e opposizione non funziona». Questo impedisce la mancanza di una vera alternanza politica per il Paese.
La lezione sta per finire: Veltroni chiosa richiamandosi alla storia di un socialismo democratico e socialista che non c'è stata. «Il Pd non è nato per dare al Paese il partito socialista che non ebbe, non deve, non può riscrivere la storia del Paese». Ma, aggiunge il deputato Pd, «non è stato neppure un'improvvisazione». Il problema è che «è nato in ritardo, un grave e colpevole ritardo». Oggi tutto da recuperare. «Senza presunzione di autosufficienza, uscendo dal recinto delle convinzioni acquisite, cercando una nuova sintesi. Dario (Franceschini, ndr) e gli altri, e mi riferisco soprattutto ai giovani della nuova generazione, ce la faranno. Arando potranno far crescere frutti importanti, dando una spinta notevole al progetto del Pd. Sono convinto tuttora che il Pd può avere grandi prospettive. Deve essere chiaro però che questo progetto non è il compimento di una storia politica ma una cosa nuova e inedita che va costruita. Ho sempre sostenuto questo progetto e continuo a crederci». Questo è il pezzo del cammino da fare. Insieme a un'opposizione dura: «Il rafforzamento dei poteri del premier e il divieto di tenere le sue Tv sono due cose che devono per forza stare insieme». L'ex segretario dei democratici ha detto di «vedere dei rischi sul cammino della nostra democrazia». «La democrazia fa fatica a decidere, e c'è il rischio che si faccia strada un'idea di concentrare il potere in una sola mano. Questo mi fa paura. D'altro canto è evidente che non può accadere quello che c'è stato nel passato, ma il rischio di una democrazia formale con caratteristiche autoritarie esiste».
In tal senso le regole interne potrebbero essere una maggiore garanzia: organizzare per legge i momenti più importanti della democrazia interna dei partiti a partire «dalle primarie con le quali scegliere a livello locale» i candidati in Parlamento. È una regola importante. «Sono i segretari dei partiti - ha spiegato - quelli che fanno le liste. Il principio che vale è quello dell'obbedienza e della sudditanza. Sarebbe meglio la preferenza rispetto a questo obbrobrio, ma anche le preferenze hanno i loro aspetti negativi». In definitiva Veltroni ritiene che la soluzione migliore sarebbero «collegi uninominali con elezioni primarie per tutti i partiti attraverso le quali definire le candidature».
Invece l'esempio più negativo viene per Veltroni dal «congressino» del Pdl: «Alla fine Silvio Berlusconi ha nominato anche tutti i segretari regionali. È la conferma che le architravi della democrazia interna ai partiti vanno fissate per legge».
Gli studenti siglano con un applauso. È l'ora di altre domande, ma ricorda Veltroni, «non sulla stretta attualità politica». Meglio la storia.



Condividi su: 
















