Padri, madri, fratelli e amici. Tessere la vita con i disabili
di Lidia Raveratutti gli articoli dell'autoreL’amore, questo sentimento di cui si parla molto e si capisce poco, è protagonista assoluto di questo libro duro e, in un suo misterioso modo, esaltante, che nominerò prima dal sottotitolo: «A filo doppio con persone fragili». E poi dal titolo: Amore caro. Si tratta di una non casuale raccolta di lettere, dolorose e lucide, scritte da persone fisicamente «integre», con tutti i parametri vitali nella norma, a persone che, per un incidente sugli sci o perché si sono gettate dalla finestra in preda alla depressione, perché sono nate così o perché qualcuno ha sbagliato qualcosa mentre venivano al mondo, integre non sono, non corrispondono al modello standard, non hanno l’equipaggiamento minimo necessario per percorrere la vita senza farsi notare, senza portare handicap alla partenza, di quelli gravi, che ti impediscono di gareggiare, avendo le stesse chance degli altri.
Sentire l’amore
Sono belle lettere, e sono lettere d’amore. A scriverle sono fratelli, padri, sorelle, amiche, madri. L’amore che raccontano non è, però, quello ovvio dei rapporti fra consanguinei, è quello difficile di chi condivide una barricata ideale (la lotta per il diritto alla vita), una condizione di intelligenza estrema (la costante percezione del limite, della mortalità, senza possibilità di distrarsi troppo, di distrarsi come tutti facciamo) e una gioia incomunicabile, quella di essere intimamente legati a chi ha bisogno di noi, di lavorare tutti i giorni per impedire che quel bisogno sopprima il desiderio, e riuscirci e «sentire l’amore», nella sua primitiva intensità. Basterebbe la forza di queste lettere a consigliare la lettura. Ma si tratta soltanto della metà del libro. C’è l’altra metà. Ci sono le lettere di chi quest’amore lo riceve e lo ricambia, ma senza considerarlo né un atto dovuto, né un ingiudicabile regalo. Lorenzo Amurri, Paula Free Martin, o Barbara Garlaschelli che scrive: «Essere su una sedia a rotelle e avere una disabilità fisica del cento per cento significa aver bisogno sempre di qualcuno che ti aiuti. Significa che chi ti sta vicino si sente addosso la responsabilità della sua vita e della tua».
Non è facile né ricevere né dare, quando la situazione è asimmetrica. E non è facile raccontare. Come dichiara Giovanni Maria Bellu, che scrive di non voler scrivere, ma scrive, e, in letteratura veritas, smaschera le sue stesse difese stilistiche: «Si trattava soltanto in fondo di metter giù qualche cartella. Sarebbe stato sufficiente individuare una piccola storia attorno alla quale far ruotare un po’ di considerazioni non troppo scontate. Quanto al tono, avrebbe dovuto essere cautamente emotivo, non troppo appassionato, amaramente ironico». Non eseguirà il compitino che si è prescritto, ma, padre di Ludovico, dieci anni, affetto da «disturbo pervasivo dello sviluppo», riuscirà, in poche pagine, a centrare il problema e decretarne, con un coraggio che riesco soltanto a definire poetico, l’irresolvibilità. Il problema, quando si ama una persona non conforme, è: l’imbarazzo del prossimo, l’ottusità della burocrazia, il pietismo peloso. In positivo ci sono: le persone meravigliose, le prodezze di Ludovico, le piccole cose che semplificherebbero la vita. Sull’imbarazzo non c’è niente da fare, così come sulla pietà pelosa.
Lo descrive magnificamente Clara Sereni nel suo Manicomio Primavera (una raccolta di racconti che ho letto vent’anni fa) e non l’ho più dimenticato: con tutte le migliori intenzioni chi non ha un figlio schizofrenico non può capire che cosa vuol dire avere un figlio schizofrenico, può soltanto ammettere la sua ignoranza e offrire in silenzio, per quel che vale, la sua empatia.
I diritti alla Fondazione
Le «piccole cose che semplificherebbero la vita», invece, si possono fare. E una di queste è anche comprare Amore caro. Innanzitutto perché i diritti vanno alla Fondazione «La città del sole» (come l’opera omonima di Tommaso Campanella, «descrizione di un’utopia che cercava di tenere insieme i dettami del cattolicesimo e le speranze di uguaglianza», scrive la Sereni curatrice del volume e presidente dell’Onlus) che si occupa di costruire percorsi di vita possibile per le persone più fragili, al di là degli sforzi di chi li ama e per alleggerire il peso della loro responsabilità assoluta (l’amore, purtroppo, solo nelle favole rende immortali). E poi perché «A filo doppio con persone fragili», in fondo, siamo legati tutti, a partire da noi stessi. Anche se preferiamo non rendercene conto.
www.lidiaravera.it



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