Nucleare, caccia ai siti. Arrivano i primi «no»

di Roberto Rossi tutti gli articoli dell'autore

La prima pietra sarà posata entro il 2013. Entro la fine della legislatura. Dove è ancora tutto da decidere. Ci sono varie possibilità, ma nessuna concreta. Spiega il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola: «Per la scelta dei siti della quattro centrali nucleari nel disegno di legge noi stabiliremo i criteri, poi le imprese e i territori decideranno».

In realtà le opzioni in campo non sono molte anche se si sono fatti molti nomi: Sicilia, Sardegna, Puglia. In verità, al momento, in campo ci sono i vecchi siti. Scajola l’ha spiegato. «Ricordo che quando ci fu il referendum del 1987 nei territori dove le centrali erano in costruzione vinsero i sì».

Perché tornare a Trino Vercellese, Latina, Garigliano e Caorso (in provincia di Piacenza)? In primo luogo per motivi di ordine pubblico. La popolazione locale è già abituata a vivere con una centrale nucleare, anche se dismessa ma potenzialmente radioattiva, accanto. Questo implicherebbe anche un certo risparmio in termini di costi. Le società chiamate a costruire i nuovi siti risparmierebbero quanto meno in termini di compensazioni territoriali. Non per la realizzazione della struttura. I vecchi siti sono inutilizzabili. Costruire accanto si può. Ad esempio l’Enel ha valutato da tempo la possibilità di riattivare il sito di Caorso a Piacenza. Più di un sondaggio è stato fatto nei mesi passati, da quando cioè Scajola aveva apertamente detto di voler tornare all’atomo.

Se l’individuazione dei siti è ancora in fase embrionale sono già arrivati i primi «no». Tra i tanti, ne spicca uno. È quello di Ugo Cappellacci, neo presidente della regione Sardegna. Un suo elettore, su Facebook, gli dice di aver sentito parlare della piana di Oristano-Arborea come uno dei possibili siti per una centrale nucleare. «Dovrebbero passare sul mio corpo prima di fare una cosa simile», gli risponde Cappellacci che ci tiene a sottolineare gli impegni del premier e le rassicurazioni del ministro Scajola, secondo il quale «le scelte saranno fatte d'accordo coi territori».

Anche la Puglia per esempio, tirata in ballo, ha già fatto conoscere la propria indisponibilità. «Non vogliamo il nucleare – ha scritto in una nota - l’assessore regionale all'ambiente della Puglia, Michele Losappio -. La Puglia lo ha dichiarato nel suo piano energetico ambientale denunciando l’incompatibilità della fonte nucleare con le scelte che compie in materia di energia.

La Toscana ha già fatto un passo indietro. «Personalmente sono contrario a una centrale nucleare nella mia Regione, ma il mio mandato scade nel 2010 e la decisione toccherà a chi verrà dopo di me» ha detto Claudio Martini, presidente della regione. No anche dal Lazio. «Il presidente Marrazzo – si legge in una nota - ha bocciato senza mezzi termini la scelta del governo Berlusconi di ricacciare il paese nel medioevo nucleare. neppure un metro del territorio della nostra regione sarà disponibile per realizzare centrali nucleari».

Anche il Piemonte si sfila. «Non lo vogliamo» afferma la presidente della Regione, Mercedes Bresso, ricordando che il
Piemonte ha scelto di puntare sulle energie rinnovabili, investendo 300 milioni di euro fino al 2013. «Il nostro no al nucleare - sottolinea Bresso - riguarda anche lo scenario economico, non solo quello ambientale. Il Piemonte ha iniziato un cammino nella direzione delle energie rinnovabili un anno fa, producendo così opportunità di lavoro e miglioramento della qualità del territorio».
«Quanto ai presunti risparmi del nucleare - osserva - c'è qualcuno che fa male i conti. Se ai costi di produzione si aggiungono quelli per lo smantellamento e le spese per i controlli che andranno garantiti per un certo numero di secoli, si vede subito che la convenienza non c'è. Anzi, si trasferiscono alle generazioni future costi enormi e rischi gravi».

Una centrale nucleare nel Ragusano? «No, grazie» ha risposto il sindaco di Vittoria, Giuseppe Nicosia, commentando le voci secondo cui la sua provincia sarebbe tra le 34 località presenti in un elenco di possibili siti. «Ecco un altro regalo del governo Berlusconi - dicono il sindaco e il suo vice Giovanni Caruano -: dopo avere cancellato la serricoltura dall'agenda politica e dopo avere tagliato i finanziamenti per le strade e le autostrade siciliane, ci offre un altro sgraditissimo dono in una zona ad altissima
valenza turistica e a rischio sismico».

Chi invece la vorrebbe è il ministro delle Politiche comunitarie Andrea Ronchi. «Lo dico da cittadino, spero che una centrale la costruiscano sotto casa mia. Io ho una figlia e spero di avere un giorno dei nipoti», ha aggiunto il ministro, «ma questa Italia che dice meglio altrove è un'Italia vecchia, è un'Italia che non ci piace, un'Italia che non vuol bene all'Italia». Va detto che Ronchi abita a Roma in piazza Re di Roma e che quindi sarebbe impossibile costruire una centrale lì, detto questo, la presa di posizione è chiara.

Chi non la vorrebbe vedere in nessun posto invece sono gli Ecodem, gli ecologisti del partito democratico. Che sono tornati sull’accordo italo francese. Servirebbe più «serietà e competenza» nell'informare su costi e benefici del nucleare , si legge in una nota. In primo luogo non è vero che sci saranno minori scorie: «Le quattro nuove centrali nucleari da 1,6 GW a tecnologia francese, da costruire nella penisola, la prima delle quali (secondo l'accordo) da ultimare entro il 2020, non produrranno meno scorie: questi impianti di III generazione consumano infatti oltre 30 tonnellate di uranio arricchito all'anno che inevitabilmente generano rifiuti radioattivi».

Secondo, la quota di produzione: «È stato affermato che le quattro centrali produrranno a regime il 25 per cento del consumo nazionale: un dato assolutamente falso. Infatti quattro centrali da 1,6 GW potranno al massimo produrre 45 TWh che oggi rappresentano solo il 13 per cento del consumo nazionale».

Terzo, la necessità di avere una maggiore produzione di elettricità: «Non è assolutamente vero che l'Italia importa una grande quantità di energia elettrica dall'estero, per lo più dal nucleare francese: dall'estero importiamo solo il 12,5 per cento dell'energia, e il dato interessante è che ben l'80 per cento di quell'energia è prodotta da fonti rinnovabili, e non dal nucleare».

Quarto, la spesa: «Le cifre stimate per l'analoga centrale finlandese in costruzione sono raddoppiate rispetto alle previsioni. Occorrono 20 miliardi di euro per quattro centrali, 5 ad impianto. Si tratta di numeri enormi che segnalano la necessità di reperire anche risorse private non ancora identificate. Elementi che evidenziano indubbiamente la non convenienza di questo accordo che si ripercuoterà inevitabilmente sulle tasche dei contribuenti».

Ma conviene proprio tornare al nucleare?

25 febbraio 2009
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