Facebook e i gesuiti: sfida per le relazioni umane
di Tullia Fabianitutti gli articoli dell'autoreNon è la prima volta: già era accaduto per Second Life e prima ancora per altre piattaforme di aggregazione presenti in Internet. Ma ora a raccogliere l'interesse dei gesuiti e ad alimentare la loro attenzione è il «fenomeno Facebook». Un fenomeno che come racconta Padre Antonio Spadaro, nel suo lungo articolo in uscita il 17 gennaio su Civiltà Cattolica, è destinato ancora a espandersi. E a far discutere. Da qui la disamina di Spadaro, giovane gesuita, professore presso la Pontificia Università Gregoriana ed esperto di nuove tecnologie, che attraverso la storia di questo famoso 'social network' «che mira a creare profitti» e «non è un gruppo filantropico», analizza potenzialità e limiti del web, quale luogo di «partecipazione e condivisione».
Ma in che modo e assolvendo a quali bisogni? È la domanda che si pongono e intendono porre i gesuiti. «Facebook permette ai suoi utenti di sentirsi e vedersi parte di una rete di relazioni che hanno un volto e una storia quotidiana alla quale si può partecipare con un click. Se io vado sulla mia home, in un colpo d’occhio vedo lo stato aggiornato dei miei «amici», e dunque apprendo che cosa stanno facendo, posso visitare poi il loro profilo e saperne di più, magari vedendo chi sono i loro nuovi «amici» o leggere le loro riflessioni, vedere le nuove foto che hanno scattato, e così via».
E a proposito di foto: pare che ogni mese siano caricate su Facebook circa 700 milioni di immagini (attualmente sono circa 10 miliardi), quattro milioni di video e 15 milioni tra note, link e post vari. Dunque la capacità di collegare le persone è il punto di forza. «Non è un caso - scrive Spadaro - che Chris Hughes, co-fondatore di Facebook, studente di storia e letteratura e compagno di camera di Mark Zuckerberg (il fondatore) ad Harvard, a 25 anni sia diventato il coordinatore della massiccia e fortunata campagna elettorale in Rete del nuovo presidente degli Stati Uniti Barack Obama». L'idea vincente – sostiene il gesuita - è stata permettere ai sostenitori attraverso i social network «di comunicare tra di loro, generando un vero e proprio movimento dal basso».
Il vantaggio portato alla politica, si può riscontrare anche sul fronte religioso: Facebook è un «luogo» nel quale la fede e la religiosità si esprimono e hanno una loro rilevanza e manifestazione, scrive Spadaro. Ovviamente secondo la logica propria della piattaforma. «La presenza di religiosi e sacerdoti non è irrilevante. Chi ha assunto un compito pastorale, specialmente se giovane, ad esempio, trova molto utile essere connesso tramite strumenti di social network con le persone che fanno parte della propria parrocchia o dei propri gruppi».
In Italia, viene ricordato, il caso del cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, «che con la sua iscrizione a Facebook ha addirittura toccato il limite massimo di 'amici' consentito dal sistema, cioè 5.000, e ha dunque dovuto aprire, oltre al proprio profilo personale, un gruppo che contenesse le altre persone che continuano a chiedere la sua «amicizia»: in poco tempo ha superato i 3.000 iscritti».
Ma se tale opportunità di collegamento è una risorsa, soprattutto sociale, non si può non tener conto di uno o più rischi, particolari: nel costruire un profilo infatti ognuno può «crearsi una rappresentazione artificiale, spesso allo scopo di sembrare più accettabili, graditi, perfino desiderabili, anche sessualmente. Ecco uno dei punti problematici – nota Civiltà Cattolica - delle identità costruite in Rete: presentarsi in pubblico in maniera non diretta e reale ma tramite un profilo 'costruito' è sempre in qualche modo fare 'spettacolo' di sé con tutte le possibili derive narcisistiche».
Il punto è dato proprio da ciò che spesso spinge alla 'connessione' virtuale: «Il bisogno di conoscere e farsi conoscere, il bisogno di vivere l’amicizia sono bisogni 'seri', che si bilanciano con il rischio di confondere relazioni superficiali e sporadiche con l’amicizia, voglia di fare conoscenza e voyeurismo. Sebbene la differenza tra le prime e le seconde sia radicale», osserva Spadaro. Facebook in questo senso «è una sfida, perché come tutte le piattaforme di social network è insieme un potenziale aiuto alle relazioni ma anche una minaccia».
E qui arriva la sottolineatura: «La relazione umana non è un gioco e richiede tempi, conoscenza diretta La relazione mediata dalla Rete è sempre necessariamente monca se non ha un aggancio nella realtà». Perciò conclude Spadaro «l’uso ideale di Facebook, a nostro avviso, è quello che viene fatto a partire dalle relazioni reali». Insomma una consapevolezza del mezzo e del legame che crea. Tutt'altro quindi che un modo per «collezionare» amici o per soddisfare il «desiderio di apparire estroversi, richiesti, cioè, in altre parole, amati».
Facebook - ricorda infine nell'articolo il gesuita - in fondo incarna una utopia: quella di stare sempre vicini alle persone a cui teniamo in un modo o nell’altro, e di conoscerne altre che siano compatibili con noi. Ma «l’utopia deve confrontarsi col rischio grave di una parvenza di relazione». E allora ogni tanto meglio cliccare su 'chiudi', 'logout', 'esci' . E farsi un giro.



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