«Studiate e siate libere...», lettere di Fawzia alle sue figlie

La vicepresidente della Camera bassa afgana parla di politica, guerra e della lotta delle donne E annuncia: «Mi candido alla presidenza».
fawza Koofi
Di Ella Baffoni
7 marzo 2011
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Fawzia Koofi è giovane, bella, naturalmente elegante, mamma di due bimbe e ha energia da vendere. Tant’è che è da anni parlamentare, eletta senza aver bisogno della protezione delle quote rosa. In un paese maschilista, gestito da uomini, aveva sbaragliato i suoi avversari. «Merito delle donne - dice - anche le donne più povere, quelle che vivono nei villaggi e che devono fare tre o quattro ore a piedi per arrivare al seggio. Soprattutto loro credono nella possibilità del cambiamento, del superamento dell’ostilità tra etnie e della corruzione. Ne hanno bisogno». Nascere in guerra, vedere invasioni e conflitti cambiare di protagonisti ma non spegnersi mai. Essere considerati una dukhatarak, insulto verso le donne che significa: vali meno di una femmina. E nonostante questo diventare il vicepresidente della Camera bassa, la Wolesi Jirga, avendo avuto la possibilità di studiare. Una volta parlamentare, Fawzia Koofi ha affrontato un altro rischio, quello di diventare oggetto di attentati e rappresaglie. Per questo ha iniziato a lasciare alle figlie delle lettere. «Dovevo andare a Kabul con un elicottero vecchio, insicuro e probabilmente obiettivo di razzi. Stavo per uscire quando mia figlia si è svegliata e mi voleva salutare. Le ho dovuto dire che era possibile non tornassi più, e le ho lasciato scritto cosa fare: siate libere, studiate, non abbiate paura... e non litigate tra voi. Non volevo che finissero in un villaggio a fare la moglie, magari in concorrenza con altre moglie e regolarmente picchiata. La vita di mia madre». Da quelle lettere nasce Lettere alle mie figlie il libro autobiografico che Sperling & Kufer ha appena mandato in libreria. In questi anni, dentro e fuori il Parlamento, Fawzia Koofi ha combattuto per il diritto delle donne all’educazione, contro le torture e le violenze che si subiscono in carcere (suo marito è morto proprio per le conseguenze di una lunga carcerazione), contro le violenze sui bambini. «Ma non mi chiamate donna di potere. Il potere non è mai stato il mio obiettivo. Se riuscirò a cambiare la vita della mia gente avrò successo. E se riuscirò a battere la corruzione. Se verranno costruite scuole rurali, così che le bambine non debbano camminare per ore portandosi il perso dell'acqua per tutto il giorno, sotto un sole cocente. Le priorità del paese sono infrastrutture, sanità, educazione, qui bisogna investire evitando che i fondi vengano trasferiti all’estero. Il governo è corrotto, per il popolo afghano non viene fatto tutto il possibile». Bisogna cambiare. Così Fawzia Koofi ha deciso che si candiderà alle prossime presidenziali, nel 2014. Una sfida coraggiosa per un paese in cui le donne sono chiamate al voto da una manciata di anni: «Ho fiducia nella mia gente, ho fiducia nelle mie possibilità. La società afghana è divisa in due. Una parte vuole diritti, libertà, progresso, leader onesti, un Afghanistan con un futuro. L’altra è dominata dal fanatismo estremista, integralista. Non sono talebani, no: ma leader autorevoli e tradizionalisti. Spero che il progresso prevalga, ed è possibile che l'Afghanistan abbia una donna presidente. Un azzardo, in un paese dominato dal maschilismo. So che dovrò affrontare molte sfide, soprattutto quella dei gruppi criminali e corrotti che sono al potere da 30 anni. Sono convinta però che la mia gente vuole un leader con una visione». La famiglia è importante, e la sostiene. La ispira il ricordo del padre, che ottenne dal ministro del re Zhair una strada, nonostante l'opera fosse complessa e costosa. E lo fece portando a cavallo il ministro sul passo, facendolo scendere con una scusa e portandosi via il cavallo. Il ministro restò, solo e furibondo, tutta la notte senza riuscire a trovare la via del ritorno. Quando mio padre tornò a riprenderlo era ancora furibondo ma aveva capito: la strada era indispensabile, la strada si fece.