Mitt Romney ha vinto in Nevada e ha vinto bene. Ha chiuso la partita con un margine di vantaggio di oltre 15 punti, infliggendo a Newt Gingrich una sconfitta difficile da digerire, soprattutto dopo la debacle in Florida, martedì scorso. Una sconfitta talmente pesante che aveva portato qualcuno a pensare che l'ex presidente della Camera si sarebbe ritirato: così non è stato, ma la strada per lui è sicuramente in salita, così come lo è per Ron Paul e Rick Santorum (che hanno disertato il Nevada per andare direttamente alle prossime tappe, Minnesota e Colorado, dove si vota martedì).
Il blog: "Superbowl Madness" di Martino Mazzonis
Ai caucus del Nevada la procedura di voto è stata lunga e complessa (le contee sono andate al voto in orari differenti), il conto dei voti si è protratto per molte ore e nella notte americana non si era ancora concluso. Eppure, il margine di vantaggio di Romney era talmente ampio che solo con il 10 per cento dei voti contati i media americani lo hanno decretato vincitore. Ad aiutarlo il voto quasi unanime (90%) dei mormoni, che rappresentano un'ampia fetta dell'elettorato dello stato (il 26%, subito dopo il 27% di fede protestante). «L'America ne ha abbastanza dell'aiuto che Barack Obama sta dando, il presidente dovrebbe chiedere scusa», ha detto nel suo discorso, un lungo attacco al presidente in carica.
Romney, andando avanti, ha la strada spianata, ma dovrà anche fare i conti con un'aggressività sempre più forte da parte dei suoi avversari, Gingrich in testa. «Non mi ritiro, è la campagna di Mitt Romney che mette in giro questa voce, sarò il candidato repubblicano, andremo fino a Tampa», ovvero fino alla convention del partito a fine agosto, ha detto Gingrich. L'ex presidende della Camera ha provato a dare un tono diverso alla sua campagna elettorale: lasciato da parte il consueto discorso post-voto, ha preferito una conferenza stampa e, nel rispondere alle domande dei giornalisti, ha fatto emergere quello che sarà il nuovo corso, con una strategia volta ad attaccare il suo primo rivale. «Romney è sostanzialmente un disonesto, nell'ultimo dibattito ho taciuto perché non ero preparato a un tale livello di spudorata slealtà», ha detto.
Tutto da capire se la strategia funzionerà. Romney in Nevada, osannato dalla folla e accolto da un tifo da stadio, è apparso sicuro di sé, nettamente più preparato e brillante rispetto alle prime apparizioni pubbliche. È apparso galvanizzato dai sostenitori e ha promesso loro che la campagna elettorale quest'anno andrà in modo diverso rispetto a quattro anni fa: «Mi avete già dato fiducia, questa volta andiamo fino alla Casa Bianca», ha detto. Nel 2008 Romney aveva staccato di oltre 30 punti Ron Paul, ma aveva successivamente perso smalto, finendo per cedere al senatore dell'Arizona John McCain.
Ora dovrà riuscire a cavalcare l'onda dell'entusiamo e vincere nei prossimi stati (martedì si vota in Colorado e Minnesota, nel primo è favorito, nel secondo la partita sembra più aperta), per poi cercare di accumulare nelle altre votazioni di febbraio (Maine, Arizona, Michigan e Washington) un vantaggio tale da chiudere la partita ancora prima del Super Tuesday del 6 marzo, quando si vota in undici stati, per un totale di olte 170 delegati.