Fumo colorato e una bandiera viola. Vestiti leggeri, braccia nude e volto coperto, con le chitarre elettriche tra le mani hanno sfidato il regime sulla piazza Rossa: un concerto improvvisato, appena qualche minuto, prima di essere impacchettate dalla polizia per spiegare che cosa diavolo stessero facendo, con la loro bandiera viola femminista e la loro canzone fin troppo esplicita: «Putin si è spaventato». Cinque ore in commissariato e un paio di multe da 500 rubli (12 euro circa), ma sul web sono diventate un nuovo mito: sfidare il regime praticamente sotto il naso di Putin non è da tutti.
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«La Piazza Rossa è simbolicamente il luogo principale del Paese. Crediamo che questo posto dovrebbe essere occupato se vogliamo ottenere un cambiamento politico. È la piazza Tahrir russa». Mosca come Il Cairo della primavera araba, così spiegano al Moscow Times via e-mail. Sono le Pussy Riot, un gruppo di ragazze sui 25 anni, a metà tra politica e arte di strada, tra punk rock e arte contemporanea. Il video della loro esibizione a fine gennaio sulla Piazza Rossa è finito in tempo reale su YouTube. «Da quello che vediamo dalle reazioni, ci sono tanti cittadini russi che vogliono che Putin si spaventi di nuovo e per lungo tempo». Il riferimento è alle proteste seguite alle elezioni politiche del dicembre scorso, che hanno regalato la vittoria al contestato partito putiniano Russia Unita con più di un sospetto di brogli. Le Pussy Riot hanno visto con favore le prime, quelle non autorizzate, quando la polizia è stata presa in contropiede. «Non sapevano che cosa fare, aspettavano ordini in uno stato di stupore». È la, nella rabbia senza preventivo bollo burocratico, che le Pussy Riot si trovano a loro agio.
Nate ufficialmente nell’autunno scorso, hanno cominciato con qualche performance nella metropolitana e poi hanno pensato più in grande e sono andate a cantare «Morte alla prigione, libertà di protestare», vicino al carcere dove erano detenuti gli attivisti arrestati. Pochi giorni fa, sulla Piazza Rossa, hanno scelto per la loro esibizione una piattaforma di pietra da 13 metri, Lobnoye Mesto, dove nel ‘68 protestarono sette dissidenti russi contro l’invasione della Cecoslovacchia, scontando il loro azzardo con il carcere, l’ospedale psichiatrico e l’esilio. Alle Pussy Riot è andata meglio, poco più di un rimprovero. Ma la ragione della protesta resta intatta. A far scattare la molla era stato l’annuncio nel settembre scorso del nuovo scambio di poltrone tra Putin e Medvedev, da loro stessi ribattezzato come un arrocco scacchistico. «Non ci piace questo tipo di gioco», dicono le Pussy, determinate a protestare contro «il regime di Putin e la sua verticale del potere».