Ma non è solo follia

 
gabrielle giffords
Di Luca Landò
9 gennaio 2011
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Il sogno è finito. Non quello di Obama, interrotto dal voto di metà mandato che gli ha tolto la Camera dei Deputati passata senza troppi complimenti ai Repubblicani. Il sogno spezzato è quello di un’America capace di affrontare i cambiamenti, anche radicali, in maniera civile e democratica. Le pallottole di ieri, esplose in frenetica sequenza in un centro commerciale di Tucson, in Arizona, uccidendo sei persone e ferendone altre sei, hanno proiettato nel duemila l’America antica del Novecento.

Quella di John Kennedy che si accascia sull’auto, quella di suo fratello Bob freddato dopo un comizio, quella di Martin Luther King colpito su un balcone di Memphis. L’America di George Moscone e Harvey Milk, il sindaco e il consigliere gay uccisi a San Francisco, ma anche quella di Malcolm X, il nemico nero numero uno. L’America della politica risolta a colpi di fucile e di pistola. Certo, c’è anche l’America della follia, degli squilibrati che sparano a persone troppo famose per essere vere, delle pistole troppo facili in mani sbagliate. Come quelle di Mark Chapman che freddarono John Lennon o quelle di John Hinkley che ferirono Ronald Reagan.

Quella di ieri però non era l’America della follia. Gabrielle Giffords, il vero obiettivo di quella strage, non era un personaggio da rotocalco o da tv, non era una diva dei serial o di quella macchina senza tempo chiamata Hollywood. Gabrielle è una deputata democratica, una giovane professionista della politica eletta per la prima volta nel 2006. A scatenare il fuoco di ieri non è stata la scintilla impazzita di un cervello malato, ma quello che si legge più avanti nel suo curriculm: Gabrielle Gifford è conosciuta per le sue posizioni pro aborto e contro il commercio delle armi. E inquieta scoprire nel sito di Sarah Palin, la pasionaria dell’ultradestra, candidata assieme a McCain alle presidenziali vinte da Obama, una cartina con i venti deputati a favore della legge sull’aborto: tra questi, segnati col mirino dei fucili, compare il nome di Gabrielle Gifford. Un nemico da abbattere. Il triste messaggio di ieri è che su questi temi, armi e aborto, enormemente diversi ma ugualmente capaci di toccare l’anima americana (quella collettiva le prime, quella religiosa il secondo) da quelle parti non si discute, si spara.

La scommessa di Obama era spingere l’America a mutare, non colore ma pelle, ad abbandonare pregiudizi e abitudini per ritrovare se stessa e il proprio posto nel mondo. Lo aveva detto nel suo grande discorso ai musulmani quando mostrò un pugno capace di aprirsi in una mano amichevole, lo aveva ripetuto, senza riuscirci, quando disse che Guantanamo andava chiuso e le torture dimenticate, lo aveva spiegato quando, a fatica ma con successo, portò gli Stati Uniti sulla strada dell’odiato welfare europeo, spiegando ai suoi cittadini ed elettori che l’assistenza medica era un diritto di tutti e non solo dei più ricchi. Aborto e armi (il primo da abolire in ogni forma, le seconde da liberalizzare in ogni Stato) sono i cavalli della destra più estrema e antica, quella che Bush ha coltivato e vezzeggiato per anni e che con Obama sembrava finalmente finita. Ieri è ritornata.