Nairobi, nello slum dei miracoli:
musica e asili tra le bidonville

IL REPORTAGE | Kibera, a Nairobi: gli abitanti, in mezzo alla bidonville, hanno messo su scuole, centri culturali, corsi di computer. Lo Stato? «Non ci dà nulla».
Di Stefano Miliani
28 gennaio 2012
A - A
Gli affamati negli slum / non hanno bisogno di crociate culturali / per annunciare la loro situazione». L’ha scritto il poeta kenyano, Jared Angira, nella raccolta del 2004 Lament of the Silent & Other Poems (East African Educational Publishers) catturando qualcosa che matura anche in una delle bidonville più vaste dell’Africa: Kibera. Qui, nella zona sud ovest di Nairobi, nella completa e vergognosa mancanza di servizi pubblici, sanitari, di infrastrutture, nel saliscendi collinare della capitale ondeggia un oceano di tetti in lamiera arrugginita, infuocati sotto il sole, gelidi la notte. Gli alloggi hanno pareti in fango, terra, talvolta mattoni, più spesso in lamiera pitturata d’azzurro, verde, giallo; le viuzze in terra e buche solcate dai classici scoli con le grandi piogge diventano fango e rifiuti. È un territorio di povertà, fame e malattie estreme: ciononostante, si fanno largo tra mille ostacoli gruppi indipendenti e auto-organizzati, creati e gestiti non da ong bensì da chi qui vive e s’ingegna.

Cartoon William Obwaka, nato a Kibera 26 anni fa, è produttore e autore di video, musicista, project manager e assume volentieri il ruolo di guida nel dedalo delle baracche: «Secondo l’ultimo censimento ufficiale lo slum avrebbe 300mila persone, è una cifra ridicola e tutti sanno che è falsa. Alcune ong dicono un milione e mezzo di persone per ottenere più fondi, la stima più realistica indica 900mila abitanti, forse un milione». A occhio, l’ammasso di persone sembra giustificare la cifra in una metropoli dai 3,1 milioni di abitanti ufficiali, oltre quattro e forse cinque quelli effettivi, e per lo più poveri. «Kibera è formata da tredici villaggi: ognuno ha i suoi consiglieri anziani a cui rivolgersi in caso di problemi e confini delimitati da segni che gli abitanti riconoscono quali alberi, bidoni, pali. Lo slum effettivo copre l’80% del terreno».



E in mezzo alla bidonville, camminando su assi sopra uno scolo dal liquido nerastro, lavora un centro culturale ed educativo sorprendente: il Kibera Hamlets Youth Enpowerment & Nurture (www.kiberahamlets.org). Con un micro-giardino ricavato da pochi centimetri quadri di terra, al primo piano ha un mini-ufficio con computer, faldoni con i registri (dai donatori ai ragazzi iscritti), una stanza più ampia; al piano terra, una sala prove alta un paio di metri fa da aula scolastica con pareti movibili in compensato e tre lavagne.

«Partimmo nel 2004 - racconta Catherine, la segretaria - con il calcio per aiutare la comunità, ora teniamo corsi di computer, danza, poesia, canzoni, sport, arti performative a 78 ragazzi e ragazze dai 3 ai 16 anni, inclusi disabili e orfani, oltre a insegnare a un livello base a scrivere, leggere, la matematica… Tramite musica, ballo, tramite racconti e poesie scritte da noi e dai nostri insegnanti parliamo di cosa interessa nello slum, cerchiamo di trasmettere messaggi come, ad esempio, il fatto che gli uomini non devono rifiutare, a causa del loro ego, di verificare presso un dottore se hanno l’Aids. Non per vantarci, ma abbiamo uno dei migliori gruppi acrobatici della zona. Facciamo spettacoli ovunque, non solo qua, e ci permettono di guadagnare».

Superando vie tortuose, un venditore di scarpe usate, stuoie al sole di ugali (farina di mais bollita, il cibo più diffuso), varcando un cortiletto con una carcassa d’auto, una porta conduce al Kids’ Palace Babycare Center. In pratica, un asilo nido: nella minuscola casa con pareti gialle e azzurre un’insegnante dallo sguardo dolce e coraggioso, Faith Omollo, coccola un piccolino: «Teniamo e diamo un pasto a una quarantina di bambini dagli 8 mesi ai due anni e mezzo, siamo aperti dal lunedì al venerdì fino alle quattro e mezzo pomeridiane. Ogni famiglia paga 500 scellini al mese (l’equivalente di 5 euro, un litro di benzina costa circa 1,20 euro, ndr), ma accogliamo anche orfani di cui naturalmente nessuno può pagare la retta. Il dramma è l’inflazione che galoppa, ora un chilo di zucchero costa 350 scellini, non so cosa accadrà a questo paese. Noi continuiamo a resistere».

I bambini dormono tutti in sei lettucci a castello, pagati da donatori maltesi, dopo aver mangiato l’ugali cucinato in uno sgabuzzino adattato a cucinotto. «Esistiamo da tre anni. I piccoli imparano le regole dello stare insieme. Averne tanti è sì difficile, ma amo questo lavoro ed è una bella sfida». E Faith usa un termine, «sfida», che ricorre spesso tra chi s’industria per cavarsela o per combattere ignoranza e miseria.



Cartoon stesso (un soprannome datogli da ragazzo per il suo spiccato senso dell’umorismo) promuove «Goodnightkibera», associazione culturale di concerti e informazione nata per prevenire e combattere l’odio interetnico e tribale dopo le violenze post-elettorali che nel 2007 sconvolsero alcune zone del Kenya, Kibera inclusa (www.goodnightkibera.com). «Noi invece informiamo porta a porta sulla piaga dell’Aids», racconta Elizabeth Akinyi, amministratrice del Power Women Group: dislocato in una baracca all’ingresso dello slum, il gruppo vede riunite donne, alcune vedove, che dal 2004 si ritrovano, discutono e vendono bigiotteria, borse, oggetti in cuoio, si autofinanziano. «Dallo Stato non riceviamo nulla - annota Akinyi - Lo Stato c’è solo per riscuotere. Le scuole arrivano a 72 alunni per classe, negli ospedali i malati dormono per terra o condividono il letto con altri pazienti».

«Confermo, lo Stato non fa niente e qua tanti campano con un dollaro al giorno», esclama Joushua in un laboratorio avvolto da una nube sottile e biancastra. Trasforma ossa di mucca, capra, pecora, cammello, in elaborate collane, braccialetti, orecchini, apribottiglie insieme ad altri 22 giovani artigiani: condividendo macchinari, spese, guadagni, lavorando 7 giorni su 7, nel 2003 hanno fondato una società dal nome emblematico, «Victoriousygkibera». Victorious, una sfida coraggiosa.