L’azzardo di Berlusconi, «mediatore» per l’esilio dell’amico Gheddafi

gheddafi berlusconi a Roma
Di Umberto De Giovannangeli
27 marzo 2011
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Furibondo è dir poco. Con la Francia e la Gran Bretagna è gelo totale. Ora il Cavaliere prova a riavvicinarsi allaGermania di Angela Merkel. Impresa destinata a una fine miserevole, visto che la cancelliera tedesca non ha perso occasione per mostrare tutta la sua avversione alla «diplomazia del cucù» di Silvio Berlusconi, oltre che rimarcare l’atteggiamento ondivago tenuto dall’Italia nel conflitto libico. E allora, al signor B. non resta che provare a giocare d’azzardo. Calando la carta del «grande Mediatore» destinato a risolvere la guerra in Libia facendosi garante con Muammar Gheddafi della exit strategy che garantirebbe al Raìs libico vita e denaro: La carta dell’«Esilio dorato». Il primo momentodella verità è già in programma: martedì prossimo a Londra. Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha già annunciato che in quell’occasione presenterà il piano «politico e diplomatico» per la Libia, messo a punto assieme al premier britannico, David Cameron. Roma, tagliata fuori dall’asse Parigi- Londra, non si arrende e annuncia, con il ministro degli Esteri, Franco Frattini, che a Londra «presenteremo un piano alternativo».

Quello che dovrebbe riportare al centro della partita chi è stato messo fin qui in «panchina»: Silvio Berlusconi. Per provare a riguadagnare il terreno perduto con gli imbarazzanti baciamano a Gheddafi, comecol sostegno reiterato al regime di Ben Ali in Tunisia, l’Italia si affida ad un personaggio che già in passato ha rappresentato l’ambasciatore (se non il ministro degli Esteri), vero del Cavaliere nel Maghreb: il suo socio in affari Tarak Ben Ammar.

È stato il finanziere franco-tunisino a rivestire il ruolo di «ambasciatore aggiunto» l’altro ieri a Tunisi, in occasione dell'incontro tra le autorità del Paese maghrebino e i ministri degli Esteri e dell'interno italiani, Franco Frattini e Roberto Maroni, in missione per affrontare la grave emergenza immigrati: il suo ruolo, rimarcano determinante » per il «buon esito» della missione. In Tunisia, Ben Ammar gioca in casa. In Libia un po’ meno. Masolo unpo’, visto che l’«ambasciatore aggiunto» ha speso i suoi buoni uffici con Gheddafi ai tempi della messa a punto dell’Accordo di amicizia e cooperazione Italia-Libia, con gli affari miliardari ad esso connessi. Mala «diplomazia degli affari» che tanto ha funzionato in passato può dare ancora i suoi frutti.

Con il Colonnello e, se nonsi sfonda su questo fronte, con il contropotere che si fa Stato in Libia. Da abile finanziere quale indubbiamente è, Ben Ammar ha già messo le mani avanti: «Io non ho nessun ruolo di intermediario. Nonrappresento il governo italiano, ne' quello libico. Non sono mai stato incaricato da nessuno, né mi è' stato chiesto.Comunquenon avreimai accettato »: così il finanziere franco tunisino in una intervista esclusiva all’Adnkronos del 7 marzo scorso, smentendo con forza indiscrezioni circolate su un suo possibile coinvolgimento in trattative con Tripoli in questo difficile momento che il Paese sta vivendo. Solo che queste «indiscrezioni »nonsono venutemenodopo la smentita, al contrario si sono rafforzate, in particolare in ambienti della maggioranza e governativi. «Con le sue conoscenze, BenAmmar può tornare utile, molto utile quando si dovrà passare dalla fase delle armi a quella della diplomazia», dice a l’Unità unafonte bene addentrata nei rapporti Italia-Libia. L’altra carta che l’Italia intende giocare per contrapporsi al piano franco-britannico, è quella «africana».

Frattini ha più volte sostenuto pubblicamente la «road map» evocata dall’Organizzazione dell’Unità Africana (Oua). In questa «road map» l’Italia vorrebbe far rientrare l’«Esilio dorato» del raìs mediato dal Cavaliere. E comunque, salvaguardare i fondi libici presenti nelle società italiane. È questa la «mission» di Ben Ammar: i fondi libici, spiega Ben Ammar sempre all’Adnkronos, «sono gestiti da funzionari libici, che rappresentano il popolo. Se Gheddafi domani non c’è i fondi sovrani rimangono, perchè il popolo libico ci sarà, prenderà il potere qualcun’altro, come in Tunisia, ci sarà una Libia dopo Gheddafi...». Per questo occorre inventarsi qualcosa, per non lasciare ilcampoall’odiato «Sarkò».