Teheran risponde con raffiche di minacce verbali alla firma del decreto presidenziale di Obama, che congela i beni e gli investimenti iraniani negli Usa, compresi quelli della Banca centrale. L'ultimo a scagliare anatemi è l'ambasciatore a Mosca, Seyyed Mahmoud-Reza Sajjadi, che avverte: "Siamo in grado di colpire le forze armate Usa in tutto il mondo. Washington commetterebbe un errore se ci attaccasse. Sarebbe per loro un suicidio". "Del resto -aggiunge il diplomatico in una conferenza stampa tenuta ieri nella capitale russa- sanno perfettamente cosa sia l'Iran e quale sia il nostro potenziale". Attaccarci sarebbe per loro un'azione suicida".
Tanto sicuri di cosa stia avvenendo nella Repubblica islamica in realtà a Washington non sono. Nell'annunciare le sanzioni lo stesso Obama aveva così risposto a chi gli chiedeva se la sua amministrazione conosca tutte le dinamiche interne relative all'Iran: "Assolutamente no, e il Paese è molto più diviso ora di quanto non fosse in passato. Capire chi prenda le decisioni è molto difficile".
Quello che sta accadendo in queste ore a Teheran sembra dare ragione al capo della Casa Bianca. Nel pieno della crisi internazionale sul programma nucleare iraniano, lo scontro in atto da quasi un anno fra le fazioni che si richiamano rispettivamente alla Guida suprema Ali Khamenei e al capo di Stato Mahmoud Ahmadinejad, si sta intensificando. E ha prodotto una clamorosa iniziativa parlamentare, che non ha precedenti nella storia della Repubblica islamica. Con il silenzio-assenso di Khamenei i deputati dell'ala ultraclericale hanno convocato in aula il presidente imponendogli di rispondere a una serie di quesiti che somigliano ad altrettanti atti d'accusa. Sulle misure di politica economica e sui motivi dei loro risultati fallimentari. Ma anche sul perché di alcune scelte contrapposte alle direttive di Khamenei.
La Costituzione impone al presidente di presentarsi in Parlamento entro un mese, dunque quasi certamente a ridosso delle elezioni legislative fissate per il 2 marzo. La mossa della fazione ostile ad Ahmadinejad risponde evidentemente anche a logiche elettorali, e appare un tentativo di assestare il colpo di grazia ai cosiddetti "islamici laici" che lo sostengono.
Già in passato in Parlamento qualche esponente dello schieramento pro-Khamenei aveva ventilato l'ipotesi di una petizione che obbligasse Ahmadinejad a rendere conto del suo operato. Ogni volta però lo stesso Khamenei aveva, a posteriori, suggerito di soprassedere. Pochi avevano creduto che in quel modo la Guida suprema sconfessasse i suoi peones. Gli bastava far capire al suo avversario quanto saldamente stringesse la corda in pugno, e potesse a piacimento tenderla o mollarla. Stavolta Khamenei non è intervenuto e ha lasciato che 79 dei 290 membri dell'Assemblea, guidati dal deputato Mohammad Reza Bahonar, depositassero ufficialmente la richiesta.
Per Ahmadinejad si avvicina l'ora di un clamoroso processo politico. Dieci le domande cui dovrà rispondere, o se vogliamo, i capi di imputazione da cui difendersi. Alcune riguardano la cancellazione dei sussidi statali (ad esempio per l'acquisto di carburante) e l'aumento della disoccupazione. Altre entrano direttamente nel cuore della polemica e della lotta di potere ai massimi livelli istituzionali. Dovrà spiegare perché la scorsa primavera, dopo avere silurato il capo dell'intelligence Hojjiat ol-Eslam Moslehi, rifiutò per undici giorni di obbedire a Khamenei che ordinava di rimetterlo al suo posto. In quegli undici giorni Ahmadinejad attuò una sorta di sciopero esecutivo, disertando tutti gli appuntamenti di governo. Gli ultraintegralisti vogliono anche sapere perché non vengano più applicate (a loro giudizio) con la dovuta severità le norme sull'abbigliamento femminile. Ad Ahmadinejad viene inoltre chiesto di chiarire il ruolo del suo capo di gabinetto Rahim-Mashaei, eminenza grigia del governo, un uomo del regime ma anche uno fortemente intenzionato ad arginare lo strapotere politico ed economico del clero.
Solo l'altro giorno il capo del Pentagono Leo Panetta non ha smentito le fughe di notizie sul presunto piano israeliano di bombardare alcuni siti atomici iraniani entro la primavera. E allora può apparire paradossale che le autorità di Teheran sprechino energie politiche in un conflitto interno, nel momento in cui la stretta delle sanzioni internazionali si fa più acuta, e più credibile il rischio di subire un attacco militare. Una spiegazione corrente è che Khamenei e i suoi abbiano bisogno di un nemico interno da dare in pasto all'opinione pubblica come responsabile unico dei guai nazionali nel momento in cui la situazione del Paese, per lo strangolamento economico o per l'aggressione militare, dovesse ulteriormente peggiorare.