No, no e poi no. No agli eurobond, no alla prosecuzione indefinita dell’acquisto di titoli di stato da parte della Bce, no all’aumento della dotazione del fondo salva-stati, no al permesso per il fondo di muoversi sul mercato come una banca. C’erano ragionevoli speranze che, dopo il vertice di Bruxelles, Berlino ammorbidisse un po’ i suoi «non possumus». In fin dei conti dal Consiglio europeo ha ottenuto quello cui tiene di più: l’estensione
erga omnes (eccetto la Gran Bretagna) dei suoi propri criteri in materia di disciplina di bilancio. E invece no. Tre fatti accaduti ieri hanno mostrato che non c’è alcun mutamento nella posizione tedesca.
Il primo, in realtà, è un non-fatto. Angela Merkel ha riferito al Bundestag sullo «storico vertice» senza dire, praticamente, nulla. Chi si aspettava aperture su almeno una delle tante sollecitazioni che vengono alla Germania non solo dai suoi partner ma anche dagli Usa, dal mondo dell’industria e praticamente da tutti gli analisti economici (anche tedeschi) ha dovuto ingoiare un discorsetto sciatto e fatto di nulla. Ha detto la sua, invece, il presidente della Bundesbank Jens Weidmann: la banca centrale tedesca parteciperà con la sua quota di 54 miliardi al finanziamento di 200 miliardi del Fmi deciso a Bruxelles solo se all’operazione parteciperanno anche istituti dei paesi extra-euro. Poiché Ben Bernanke, il capo della Federal Reserve, aveva appena finito di esprimere dubbi sulla partecipazione degli Usa, la dichiarazione di Weidmann va presa molto sul serio. Tanto più che il presidente della Bundesbank ha ricordato, con un pizzico di perfidia, che comunque, per volere della Corte costituzionale, ogni decisione in materia di quote tedesche dei fondi dev’essere approvata dal Bundestag, dove la maggioranza su questi temi è assai ballerina.
Il terzo è un fatto politico, ma c’entra, eccome, con tutta la vicenda dell’euro. A sorpresa, si è dimesso il segretario generale della Fdp, il partito liberale alleato nella coalizione Merkel, Christian Lindner. L’uscita di scena del giovane leone (31 anni) del rinnovamento del partito è un effetto della lotta selvaggia che si è scatenata ai vertici della Fdp sull’atteggiamento da tenere nei confronti della politica finanziaria del governo. Il rafforzamento della componente ultraliberista renderà ancora più improbabile una resipiscenza della cancelliera.
La Germania di Angela Merkel e della Bundesbank, insomma, continua a scivolare sulla monorotaia della disciplina di bilancio con una ostinazione che, secondo il parere di un autorevolissimo commentatore economico, il fondatore del
Financial Times Deutschland Wolfgang Münchau, sconta già, sia pure inconsapevolmente, la caduta dell’euro. La tesi, davvero preoccupante, di Münchau è che al gran botto che lui ritiene ormai sicuro si potrebbe arrivare senza che nessuno davvero lo voglia, nello stesso modo in cui scoppiarono la guerra dei trent’anni o la prima guerra mondiale. Uno scenario troppo cupo? Può darsi, ma sono molti coloro i quali colgono nella speciale insensibilità dell’establishment tedesco per i pericoli di recessione aspetti irrazionali del tipo di quelli che scatenano i conflitti. I tedeschi abbastanza vecchi da ricordarsi gli anni della grande inflazione sono, ormai, una infima minoranza. Ma l’inizio degli anni Trenta, quando si andava dal fornaio con milioni di marchi, e l’orrore che ne seguì sono ancora presenti nella coscienza collettiva. Hanno segnato la politica monetaria del dopoguerra e hanno influenzato il passaggio dal marco all’euro, con la pretesa imposta dalla Germania che la Banca centrale europea dovesse essere, soprattutto, il cane da guardia dell’inflazione. Qualcuno aggiunge il peso che deve avere anche il rigore ispirato dalla cultura protestante contro le «indulgenze» di quella cattolica e fa notare, maliziosamente, che l’attuale cancelliera proviene dalla più luterana delle regioni tedesche ed è, ella stessa, figlia di un pastore evangelico.
Sono spiegazioni, e se ne potrebbero cercare molte altre. Ma è sul piano dell’attualità che le chiusure di Frau Merkel vanno giudicate e qui appaiono assai più contingenti e meschine. Ampie parti dell’opinione tedesca non hanno ancora capito che la linea del «non cacciare un soldo per i paesi della Dolce Vita» è la premessa di un crollo che farà male a tutti. La cancelliera lo sa e di tanto in tanto lo dice anche, ma sa anche che quello è il suo elettorato e pensa che facendo la dura non lo perderà.