Chi ha scritto la tragedia greca di Paolo Soldini

GRECIA, 5, SCONTRI
Di Paolo Soldini
13 febbraio 2012
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Sembra il finale di un film dell’orrore. Di quelli in cui gli incubi sembrano superati grazie al coraggio e all’intelligenza dei “nostri” ma nell’ultimissima scena un particolare, un mostro che si risveglia, un’astronave aliena che punta sulla terra, fa capire allo spettatore che no, non era così. L’umanità è ancora in pericolo.

Ieri sera, mentre nella più grande confusione il parlamento ad Atene votava il pacchetto di tagli selvaggi dettati, per interposta troika, dal Fmi, dalla Bce e (ahinoi) dalla Commissione europea, il finale del film dell’orrore greco era ancora tutto da scrivere. Se le istituzioni europee, e soprattutto i governi, e massimamente il governo tedesco, decideranno che i tagli vanno bene e bastano, Atene riceverà la sua tranche di aiuti, altrimenti a metà marzo, fra poco più di un mese, lo Stato non sarà più in grado di pagare stipendi e spese correnti e sarà il fallimento. Pleite in tedesco. Default nell’anglo-francese che va di moda. Apotuchia, nel greco in cui fu tradotta l’Apocalisse. Eppure questo film lo abbiamo già visto.

È dal 2009 che la Grecia incombe come un incubo sull’Europa perché l’Europa incombe come un incubo sulla Grecia. Sono almeno due anni e mezzo che ad Atene si chiedono tagli, riforme e aggiustamenti che nessun Paese, nessuna classe dirigente sarebbe in grado di gestire senza mettere nel conto il proprio disastro. Si è messo in ginocchio uno Stato e contemporaneamente gli si è chiesto di rialzarsi da solo, gli si è tolta ogni minima chance di ripresa economica e nello stesso tempo si pretende che paghi i debiti e risani le finanze. E come? L’elenco degli errori compiuti dall’Europa (istituzioni e governi) nella gestione della crisi greca figurerà forse, un giorno, nei manuali di economia come esempio di tutto quello che non si deve fare. A cominciare dal coinvolgimento nella ristrutturazione del debito delle grandi banche private, delle assicurazioni e dei fondi che fu deciso a Deauville da Merkel e Sarkozy.

Oggi ogni strategia di soluzione della crisi viaggia su un doppio binario: la trattativa con la troika e quella con l’Institute of International Finance, la lobby delle grandi banche guidata da due negoziatori feroci, il presidente americano Charles Dallara e il capo della Deutsche Bank Josef Ackermann. E non è affatto detto che i binari corrano davvero paralleli. A fasi alterne, poi, si è ritenuto possibile una ristrutturazione del debito che di fatto corrispondeva a un default e si è esclusa formalmente questa possibilità perché le conseguenze sarebbero incontrollabili. E intanto ci si è guardati bene dal tirare fuori i fondi che sarebbero stati necessari per escludere davvero la bancarotta, cosicché si è di fatto ammiccato ai mercati che facevano volare i tassi perché la ritenevano possibile, e anzi probabile. Quando finirà questo bruttissimo film? Uno dei motivi che stanno dietro all’incapacità europea a gestire la crisi del debito di un piccolo Paese è la tendenza evidente a considerare la questione in termini di politica interna in Francia e soprattutto in Germania. Il «non pagheranno i nostri cittadini i vizi altrui» è stato l’argomento d’una specie di demagogia di stato che ancora ieri dava possenti prove di sé nelle dichiarazioni del ministro delle Finanze di Berlino Wolfgang Schäuble, in quelle dei ministri liberali Philipp Rösler e Guido Westerwelle, nonché nell’incredibile richiesta del Ministerpräsident della Baviera di convocare un referendum tra i tedeschi per far decidere a loro se la Grecia va aiutata o no.

Ma proprio questo viziaccio, diffuso a Berlino e Parigi, non sconosciuto a Bruxelles, potrebbe offrire, paradossalmente, un ombrello di protezione ai dirigenti greci. Diamo un’occhiata al calendario: il 22 aprile si terrà il primo turno delle elezioni presidenziali francesi.

È dubbio che Nicolas Sarkozy, già in difficoltà nei sondaggi, voglia arrivarci sull’onda delle grandissime incertezze e tensioni che un default di Atene scatenerebbe sui mercati e sulle istituzioni europee. Ed è probabile che la cancelliera Merkel sostenga anche su questo il suo referente a Parigi, considerata la paura che prova davanti a una possibile vittoria di François Hollande con la sua dichiarata ostilità al trattato intergovernativo sul fiscal compact. C’è da pensare che tanto a Parigi quanto a Berlino ci si stia orientando comunque a concedere altro tempo ad Atene. Ma il problema resta tutto, e si ripresenterà tale e quale dopo aprile. Senza contare che, come la storia ci ha mostrato più volte, certe dinamiche di crisi tendono a sfuggire clamorosamente a chi dovrebbe governarle, soprattutto se non si hanno in mano tutti gli strumenti (per esempio le lobby bancarie e i meccanismi di mercato). Le guerre, spesso, sono cominciate così.