Se non c’è uno
ius soli, che riconosca la cittadinanza ai bambini nati in terra italiana, in questo paese bagnato dalle acque di guerra, dovrebbe esserci almeno uno ius maris. O l’Italia dovrebbe inventarselo davanti al coraggio che ha permesso a Yeabsera di venire al mondo, dopo quattro giorni in balia delle onde, sulla prima carretta stracarica di uomini, donne e bambini in fuga dalla Libia. A dispetto della guerra e delle persecuzioni da cui i suoi genitori, entrambi etiopi, fuggivano, degli scafisti che per 1200 dollari ciascuno avevano stipato trecento persone su un legno fradicio di diciotto metri. E della nave Nato che dopo averli soccorsi con un po’ d’acqua li ha lasciati al loro destino.
Yeabsera è nato lo stesso. «Un bambino bellissimo, aveva gli occhietti chiusi e piangeva per la fame quando è arrivato, poi ha ciucciato la glucosata, gli abbiamo fatto un bagnetto e si è messo a sorridere», raccontano le infermiere del Poliambulatorio di Lampedusa, dove il piccolo esule e la sua mamma, sono stati trasportati, in elicottero, per ricevere le prime cure.
Il suo nome vuol dire «lavoro di Dio». E le donne lampedusane, accorse a vedere quel fagottino salvato dalla guerra e dalle acque, se lo ripetevano come un mistero gaudioso, sabato notte, fuori dal Poliambulatorio. In una borsa avevano messo il corredino: calzettini, tutina, copertina. Come fosse nato a una figlia loro. «Non ce ne nascono più a Lampedusa di bambini», dicevano. Felici di assistere a quel miracolo sull’isola della vergogna. Sono state loro le prime a capire che quel bambino, libico, eritreo, profugo, naufrago, approdato in Italia con gli occhi ancora chiusi era solo un nuovo nato della loro isola, che, nonostante l’abbandono, è ancora territorio italiano.
Il primo bambino italiano nato dalla guerra di Libia. Sua madre etiope, Feketre Alemu, ventisei anni, se lo stringe sorridente mentre la piccola folla lampedusana accompagna il loro viaggio verso Palermo con un applauso. Suo padre, Asfaw Belay, ventisette anni, li segue incredulo.
Hanno due facce da ragazzi. Ma hanno visto gli spari, le persecuzioni, i civili morire sotto i bombardamenti aerei. «E tutto questo orrore non mi lascia, ritorna nei miei incubi notturni», racconta Asfaw. Da sempre ragazzo in fuga.
Lui e sua moglie non potevano scegliere un momento per mettere al mondo un bambino. Ma la loro vita è stata tutta una catena di momenti peggiori. Appena sposati, Asfaw è stato arrestato: «Camminavo per strada dei poliziotti mi hanno fermato, perquisito, picchiato e senza una ragione mi hanno condotto in carcere, dove sono rimasto sei mesi. Non avevo commesso nessun reato e alla fine sono stato liberato. Ma in Libia funziona così: basta essere neri per subire ogni sorta di violenza. La polizia entra nelle nostre case, ci malmena, ci toglie acqua e cibo». Per questo, dice. «Ho sempre saputo di volere scappare». Finora però gli accordi con la Libia di Gheddafi non glielo avevano permesso.
Quando è arrivata la telefonata dello scafista Feketre stava già per partorire. Ma lei e suo marito non avevano scelta. «Speravo di arrivare sulla terraferma prima che Feketre partorisse», racconta Asfaw. E invece, il parto è arrivato durante il naufragio. «E quando ha avuto le doglie mi sono preparato per aiutarla a far venire al mondo nostro figlio». Ora – dice - «vogliamo solo vivere in pace: una casa, un lavoro è tutto quello che desideriamo».