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«Dovevo incastrare Amanda»
Confessione choc di Sollecito

«Volevano che incastrassi Amanda». È quanto scrive nel libro 'Honor Bound', il giovane imputato con l'americana Amanda Knox nel processo per la morte della studentessa inglese Meredith Kercher.
amanda knox raffaele sollecito occhi 640
18 settembre 2012
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«Volevano che mentissi per incastrare Amanda». È la denuncia che emerge dal libro 'Honor Bound' di Raffaele Sollecito, il giovane imputato con l'americana Amanda Knox nel processo per la morte della studentessa inglese Meredith Kercher, avvenuta a Perugia il 1° novembre 2007. Sollecito e Amanda erano stati condannati per il delitto in primo grado rispettivamente a 25 e 26 anni di carcere, poi sono stati assolti in appello. Il prossimo 25 marzo si svolgerà il processo in Cassazione. Il libro scritto da Sollecito sta per uscire in America e il settimanale 'Oggi', da domani in edicola, ne pubblica alcune anticipazioni.

Nel libro Raffaele Sollecito parla di una trattativa sollecitata da un avvocato vicino alla pubblica accusa per convincerlo a dire di non sapere cosa Amanda avesse fatto quella sera. Sarebbe bastato quello, ammettendo la sola copertura offerta ad Amanda, per uscire presto di galera, lasciando nei guai l'americana. E parla anche del continuo «martellamento sulle palle» da parte della famiglia, specialmente da parte della sorella Vanessa. «Mi accusavano di aver perso la testa per Amanda, e le danze continuavano, fin quando non eravamo tutti furiosi e sfiniti». Un giorno Raffaele prende carta e penna e scrive alla zia Magda, con preghiera di inoltrare al resto della famiglia: «Non ho più la forza di sopportare il vostro desiderio di incolpare Amanda di cose di cui non è responsabile e che non merita».

Sollecito racconta anche la prima sera passata con la Knox, quando la invitò a casa per vedere un film: «Appena mi sistemai vicino a lei - scrive Sollecito - il film era già bello e dimenticato. Non erano ancora finiti i titoli di apertura che già ci eravamo levati i vestiti l'uno dell'altra. La mattina dopo mi svegliai con Amanda ancora abbracciata a me». Il giovane, poi, ripercorre la notte degli interrogatori e afferma di aver sentito «i poliziotti urlare addosso ad Amanda», nonchè i «pianti e i singhiozzi» della ragazza: «Pensavo che la Polizia fosse fatta di onesti difensori della pubblica sicurezza, ma questi mi sembrava che si comportassero più come dei banditi».

Mentre Amanda piangeva nell'altra stanza, Sollecito afferma che il poliziotto che lo controllava gli si avvicinò dicendo: «Se provi ad alzarti e andartene, ti pesto a sangue e ti ammazzo. Ti lascio in una pozza di sangue». Poi, continua il giovane pugliese, «mi si gelarono le ossa quando sentii i lamenti di Amanda dall'altra stanza. Urlava in italiano, 'Aiuto, aiuto!'». Infine, il ragazzo racconta nel libro l'incontro avuto dopo il processo con Amanda negli Usa. «Mi ha dato un grande abbraccio - dichiara Sollecito - del tipo che ci si può dare tra grandi amici o tra fratello e sorella, quelli che condividono uno speciale, indistruttibile legame». «Io e Amanda siamo una cosa sola adesso», aveva scritto Raffaele in una lettera indirizzata alla sua famiglia.