«Un seggio e 150mila euro
Così volevano comprarmi»

Di Simone Collini
25 febbraio 2011
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Era previsto anche un atto notarile per formalizzare l’accordo: rielezione assicurata e 150 mila euro in cambio dell’abbandono del Pd e l’adesione al gruppo dei cosiddetti Responsabili. Il contatto c’è stato tre settimane fa, quando Berlusconi lavorava per arrivare a quota 325 deputati e prima della diaspora dal Fli. «Mi telefona questa persona, un giovane esponente, di rilievo, di Rifondazione socialista, che mi chiama per nome come se mi conoscesse bene e mi dice che vuole parlarmi di un progetto interessante che riguarda la sinistra».

Gino Bucchino, deputato del Pd eletto nella circoscrizione estero America settentrionale e centrale, continua a raccontare e parla dell’incontro avvenuto a piazza San Silvestro, a due passi da Palazzo Chigi, di come questa persona sia andata subito al sodo dicendo che i problemi dell’Italia possono essere risolti solo sotto la guida di Berlusconi e che all’interno del gruppo dei Responsabili, che garantisce la sopravvivenza di questo governo, c’è bisogno di una voce di sinistra. «Mi dice: non devi rinunciare alle tue idee, anzi la tua voce dovrà continuare anche la prossima legislatura, sono stato fino alle due di questa notte con Verdini e tutti i dettagli sono stati chiariti, rielezione garantita e un contributo spese di 150 mila euro».

Bucchino racconta di avergli domandato chi gli avesse fatto il suo nome, visto che non lo conosceva. La risposta: «Non te lo posso dire». Però gli dà quest’informazione: «Mi rivolgo a te perché non hai incarichi particolari nel partito». Il tempo concesso per una risposta è breve: 24 ore. «Ma poche ore dopo gli ho mandato un sms per dirgli che il suo progetto non mi interessava, e lui mi ha risposto grazie lo stesso».

Bucchino prima racconta l’intera vicenda a Bersani e Franceschini, poi ne parla in una conferenza stampa a Montecitorio (se non lo ha fatto prima è perché proprio in quei giorni gli è venuto a mancare il padre). Quello che non dice di fronte ai giornalisti (ma che racconta ai compagni di partito) è che l’operazione avrebbe previsto anche una formalizzazione di fronte al notaio. A chi gli domanda come mai non abbia informato la magistratura, risponde che a lui interessava fare una «denuncia politica», ma che ora che la vicenda è di dominio pubblico è pronto a fornire ai pm tutti i riscontri, compresi i tabulati telefonici e gli sms scambiati con la persona che l’ha contattato, di cui non vuole fare il nome perché «non è un parlamentare e non ha risalto politico» («ma ai magistrati ovviamente lo direi»), al contrario di Verdini, che minaccia denunce per «chiunque propaghi certe menzogne».

Registrazioni audio pare non ci siano («non mi è passato per la mente di andare all’incontro con un registratore»), ma il parlamentare del Pd si mostra sicuro del fatto suo: «Sono a disposizione dei giudici, se vorranno». Anche perché per lui è ora di finirla con questa «vergogna». Una vita tra Pci, Ds e ora Pd, racconta che quando rientra a Toronto ormai mostra il passaporto canadese. «Le ultime volte che ho mostrato quello italiano mi hanno riso in faccia. E non è possibile che questa storia continui perché il 14 dicembre due o tre persone sono passate dall’altra parte». Nel frattempo sono diventati di più ma per lui, che ha vissuto in prima persona un tentativo di corruzione, poco importa.