Ogni volta che arriva il freddo, quello delle emergenze per intenderci, mi viene in mente Yna. È una mamma che, caricata di debiti dall’ex marito, ha preferito lasciare la casa ai suoi quattro figli per non pesare ulteriormente su di loro ed è andata, quarantenne, a vivere in strada. Lavorava da quando era ragazzina e anche oggi si è rimboccata le maniche nell’unico modo che conosce, fornendo un punto di accoglienza ai nuovi arrivati. O nuovi dannati. Si chiama Linea Gialla, la sua onlus. La prima ad essere gestita proprio da una “senza fissa dimora” ed è, per ora, presente solo su Milano. In queste ore è vitale. È con Yna che tempo fa ho vissuto l’esperienza di vita in strada. Quando, certa della mia invulnerabilità, cercavo di fotografare le parti sconosciute delle nostre città, quello che i quartieri residenziali nascondono.
Sono ritornata da Yna per capire cosa significhi emergenza. Il comune di Milano ha riaperto il mezzanino alla Stazione Centrale. A preparare i rifugi è proprio Yna insieme al suo compagno Antonello e ad altri volontari. Stanno lavorando con il supporto di Polizia locale, Protezione civile e la fondazione Progetto Arca. Per evitare che si verifichino morti per assideramento è stato messo a disposizione un numero telefonico per segnalare la presenza di senzatetto e le loro difficoltà in zone non protette: 02.88465000. I social network stanno diventando uno strumento fondamentale utilizzato dai Comuni per infor-mare, richiedere aiuti maggiori e divulgare velocemente le ultime notizie. Il passaparola è uno degli strumenti di maggiore efficacia. A Milano, come in molte altre zone di Italia, viste le previsioni che annunciano temperature siberiane, sono i primi a cui si pensa. Qualcosa sta cambiando, ha confessato Yna. Perfino lei usa il web per richiedere assistenze e per coinvolgere sempre più cittadini nelle loro iniziative. «Fino a qualche tempo fa eravamo isolati racconta -. Abbiamo riprodotto una piccola comunità di senza fissa dimora, ma quando si accorgevano della nostra esistenza, ci spostavano come pedine da una stazione all’altra. Nessuno si preoccupava della nuova destinazione. Fra noi ci sono molte donne, anche anziane. Più che spostati, venivamo cacciati dalla nostra «casa» e ci rifugiavano in un’altra. Casa per me è la Stazione Greco Pirelli, in zona Bicocca. Che fastidio potevamo dare? Ci svegliamo con il fischio dei primi treni e andiamo a dormire presto. In pratica nessuno si accorge di noi».
La mobilità crea confusione e ge-nera anche una dispersione di affetti. Non tutti possono spostarsi insieme e così si sfaldano quei legami che sono fondamentali per colmare solitudini inimmaginabili. Il problema è proprio quello. Quando passe-rà il freddo, oltre al conteggio delle vittime, cosa cambierà per loro?
Ho cercato di darmi una risposta, ma in questi anni è stato un continuo «giorno della marmotta». Un rewind che esaspera. Con Yna e la sua comunità ho scoperto donne e uomini dignitosissimi consumare pasti sulle panchine pulendosi le mani e la bocca con una educazione di gran lunga superiore a molti di quelli che siedono a tavoli imbanditi nelle loro fisse dimore. Ho scoperto il significato della so- lidarietà. Di chi ti accoglie nel proprio spazio vitale e non vuole conoscere la tua vera identità. Al padrone di “casa”, definito da coperte, cartoni e giornali, basta fare un letto con le masserizie a disposizione. Prima di darti la buonanotte ti spiega che le scarpe le devi posizionare sotto la testa, altrimenti te le ruberanno prima che tu possa imparare a camminare nella nuova realtà. Qualcuno cerca di racchiuderli in definizioni che stonano con la percezione che loro hanno di se stessi. Perché anche se li definisci clochard, homeless, barboni, sono soltanto persone, spesso disperate, soprattutto in giorni come questi, che si distinguono per una mancanza. Come tetto non hanno altro che il cielo. La distinzione serve a chi vuole riaffermare una giusta distanza.
Molti, moltissimi di loro, si descrivono raccontando di essere “i nuovi poveri, quelli che un giorno potresti rischiare di essere anche tu”. E lo fanno sfidando il tuo sguardo. Ci sono padri di famiglia separati che dormono in auto da anni e si mettono in fila davanti alle mense. Artigiani che hanno perso il lavoro, soppiantati da nuove tecnologie e produzioni più veloci e meno costose. Ci sono transessuali, sì proprio loro, anche loro, che cercano una soluzione per smettere di fare “la vita”. Ma come fanno, se nei dormitori femminili non possono entrare, ma nemmeno in quelli maschili?
Ho scoperto adolescenti arrivare da ogni parte del mondo, essere salvati e sistemati in centri di accoglienza ma dove le integrazioni sono difficili quasi quanto a imparare subito una lingua o un mestiere. Prima, cioè, di aver compiuto la maggiore età ed essere rilanciato nel mondo. P. era un ragazzino venuto da Casablanca. Voleva fare il cantante e scriveva canzoni che non comprendevo. Squarciava il silenzio con la sua voce bianca. Una volta mi disse ti prego, quando tornerai sotto il tuo tetto, non fare che non ritorni mai più.
Ho pensato a tutti loro, mentre il taxi, dalla stazione Centrale di Milano, mi portava a casa ieri sera. Così ho telefonato a Yna e le ho chiesto se potevo prestarle un mio montone per questo periodo. Mi ha detto di no: «Non sono fatta per queste cose». Le ho spiegato di stare tranquilla, perché è di pelo sintetico ma mi ha chiesto una sola cosa, liquidando la mia proposta: «Bimba mi chiama ancora così portami le sigarette. Di quelle abbiamo bisogno davvero».