Il cittadino Silvio contro il premier Berlusconi. Contro la presidenza del Consiglio – cioè – espressione di uno Stato che dovrebbe risarcire il danno procurato al Cavaliere dai pm di Milano. Un nuovo conflitto d’interessi si muove tra Arcore e Palazzo Grazioli-Chigi: la causa di risarcimento minacciata da Berlusconi contro «la vergogna» e lo «schifo con finalità eversive» del processo immediato chiesto al gip dalla procura che vanta “prove evidenti” per sfruttamento della prostituzione minorile e concussione. Un annuncio a effetto mediatico quello del Cavaliere.
Servirebbe l'ennesima legge ad personam – dopo il processo breve, il risarcimento brevissimo? - per modificare le regole. L’errore giudiziario potrebbe insorgere dopo il terzo grado di giudizio. E solo il dolo, tutto da dimostrare, potrebbe comportare la querela nei confronti del singolo magistrato. La «responsabilità civile», che il premier agita per punire i pm «eversori» che lo indagano, come azione diretta – e ammette lui stesso - «non esiste». Ma il preoccupatissimo Cavaliere ostenta «pelle dura» e tuona vendetta contro le toghe che avrebbero confezionato «accuse infondatissime» per «processi farsa» e che «non hanno competenza territoriale né funzionale» per indagare sulle notti allegre di Arcore e sulle iniziative meritorie per mettere al riparo l'Italia «dall'incidente diplomatico» che avrebbe scatenato l'arresto di Ruby-rubacuori nipote di Mubarak.
E chiama alla «mobilitazione» armando il Pdl per quella che Bossi definisce la «guerra totale» dei magistrati contro il Parlamento. Indicando «la controffensiva», però, il Cavaliere va a tentoni. Teme il boomerang, se la prende con il Capo dello Stato che «non mi tutela» e che «deve uscire allo scoperto». Nel tardo pomeriggio di ieri, così, Palazzo Grazioli dà per certo un incontro a tambur battente con il Presidente della Repubblica che «al momento», però, al Colle non risultava. Oggi, però, in occasione della Giornata del ricordo, in programma al Quirinale, Silvio tenterebbe il blitz per costringere Napolitano a discutere con lui la «situazione politica».
Per Berlusconi, in sostanza, la situazione è identica a quella del '94 quando «si ribaltò il risultato elettorale con l'avviso di garanzia che mi fu recapitato». Non mi faccio «processare da giornali e tv», tuona il Cavaliere. Silvio, dopo il Consiglio dei ministri di ieri, convoca lo stato maggiore di Pdl e governo per una riunione fiume conclusa a tarda sera. C'è chi ripropone il ricorso alla piazza, mentre si fa strada l'idea di denunciare la procura di Milano per attentato alla Costituzione. Il Cavaliere stesso propone un decreto legge contro «l'abuso nell'uso delle intercettazioni». Nuove regole che dovrebbero fare piazza pulita del lavoro del Parlamento. E che potrebbero azzerare gli atti dell'inchiesta Ruby e depotenziare il processo a suo carico. Lo scoglio, però, riguarderebbe – appunto - il Quirinale che «non sottoscriverebbe mai un provvedimento del genere».
Berlusconi, però, vorrebbe chiedere a Napolitano «gli ambiti entro i quali si potrebbe muovere un provvedimento d'urgenza del Consiglio dei ministri». Una iniziativa estemporanea che testimonia il caos che regna a Palazzo Grazioli. Il consiglio di guerra del Cavaliere, alla fine, approva un documento con il quale accusa la Procura di Milano di «disperezzare il Parlamento», di costituire «un’avanguardia politica rivoluzionaria», di agire «come partito politico», di sottoporre «a illegittimo controllo l'abitazione del Capo del governo», di voler privare i cittadini «di tutele rispetto a possibili azioni spregiudicate dal carattere eversivo».
Il Cavaliere. Secondo i suoi, potrebbe prendere la palla al balzo e «azzardare le elezioni anticipate» e scendere in campo come «vittima della persecuzione giudiziaria che gli impedisce di governare».
Il Cavaliere cerca disperatamente «la mossa risolutiva» della difficile controffensiva. «La concussione non c’è, è risibile, non esiste – giurava ieri mattina alla fine della riunione del governo - Sono cose pretestuose che hanno portato fango all’Italia». Era appena iniziata la Conferenza stampa convocata per illustrare «la nuova fase di lavoro del governo» per il rilancio dell’economia, quando rimbalzava a Palazzo Chigi la richiesta della procura di Milano. Berlusconi aveva preparato con cura il rilancio mediatico dell'esecutivo del fare per sviare l'attenzione dai bunga bunga di Stato. A guastare la festa, però, ci pensavano i pm milanesi. Dimissioni, come chiede a gran voce Bersani? Il premier non ci pensa nemmeno. Non per amor suo, naturalmente, ma per amor di Patria. «Ho raggiunto tutti i traguardi – spiega - Sono un ricco signore che può passare la vita a fare ospedali per i bambini nel mondo, ma sto facendo un servizio al Paese e con tanti sacrifici”. E spalancando a sorpresa la bocca davanti alle telecamere rivela, poi, che non riesce «a mettere l'altro dente perché ho il nervo sotto che non guarisce». Se fosse rimasto «privato» cittadino, invece, non avrebbe «corso questo rischio». Cavaliere vittima: di chi vuole farlo fuori con le statuette del Duomo e di chi vuole farlo fuori organizzando “il golpe”. Come i pm di Milano.
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