Non hanno rispettato il mare, non hanno rispettato le oltre quattromila vite che avevano in cura, nella grande nave. Sul Titanic ballavano, al suono dell’orchestra. Sulla Costa Concordia «salutavano», per una superba e sciagurata abitudine: passare il più vicino possibile alla riva, alle case, alle luci (
LEGGI IL DOCUMENTO). Agli scogli, anche. Uno è conficcato nello scafo, vicino alla poppa. Strappato dalle viscere del mondo, non è lui che ha affondato la nave.
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È l’uomo, che l’ha portata sulla rotta sbagliata, consapevolmente. Lo dicono tutti in questo posto che conosce il mare, da questi moli che odorano di pesce e gasolio. Dicevano: «Prima o poi succede». Succede cosa? «Succede che qualche nave ci sbatte». Prima o poi succede. E oggi raccontiamo cosa è successo, con l’angoscia di un numero che resterà segreto ancora un po’, e che una volta svelato disegnerà i contorni del fatto: una tragedia, una strage. I morti recuperati da questa babele del mare sono tre, due passeggeri francesi, un marinaio peruviano. Secondo gli elenchi erano a bordo della Costa Concordia 4.232 persone. Ne sono state registrate come vive 4.191 (fra loro anche cinquanta feriti, uno - il cuoco, originario del Bangladesh - è gravissimo). La macabra sottrazione fa 41.
Li chiamano dispersi e forse c’è una parte di verità in questa definizione che di solito è l’anticamera del certificato di morte: nei conteggi ufficiali capita di sbagliare, e poi qualcuno potrebbe essersi messo in salvo senza farsi contare. Gli altri sono ancora dentro, perché il mare è stato battuto per molte ore dai sommozzatori. Le acque erano calme, limpide. I cadaveri non c’erano. Mentre è impossibile entrare nella pancia della nave, che è stesa su un fianco, a 70 gradi, appoggiata alla riva, ma non ferma: il mare la risucchia.
Non c’è sicurezza e si attende una piantina dettagliata per cercare a colpo sicuro, fra cabine ancora chiuse a dentro al garage. La Costa Concordia ha trovato lo scoglio alle 21 e 30 di venerdì. Ci sono tre sassi di grandezza degradante, appena sotto costa. Il quarto era subacqueo, cinque-sei metri sotto il pelo del mare. Il comandante Francesco Schettino, 53 anni, sorrentino, si difende: «Lo scoglio non era segnalato dalle carte nautiche». Non doveva essere un suo problema: le regole di sicurezza impongono 5 miglia di distanza dalla costa.
Lo scoglio era a duecento metri. Adesso Schettino è in stato di fermo ed ha passato la notte nel carcere di Grosseto, perché «si è avvicinato molto maldestramente all’Isola del Giglio», secondo il procuratore di Grosseto Francesco Verusio. C’è anche un’onta nel complesso delle accuse: «Ha abbandonato la nave attorno alle 23 e 30, quando ancora c’erano migliaia di passeggeri a bordo che attendevano di essere messi al sicuro». All’alba il comandante aveva chiamato a casa, «è successa una tragedia, ma ho provato a salvare i passeggeri» ha detto all’anziana madre, Rosa.
Dovrà convincere anche i magistrati che quella che lui ha definito «una rotta turistica» non fosse anche pericolosa. C’è chi insinua: «Viaggiando nella acque più basse si risparmia carburante, si scorre quasi d’inerzia». Sembra troppo doloroso da credere. Al Giglio d’inverno ci stanno cento persone, e sono tutte qui, schiaffeggiate dal vento freddo, che s’infila ovunque. Sono sul porticciolo da quasi venti ore. Hanno visto gente volare. «Si buttavano e non arrivavano mai all’acqua, sembrava un film».
I viaggiatori racconteranno della feroce disperazione, che li ha mossi a quel gesto. Quattro ragazzi americani conteggiati fra i dispersi si sono invece salvati così: nuotando nell’acqua scura, verso le luci. I racconti fermano un tempo impossibile: «Ci strappavamo i salvagenti, sembrava una lotta per la sopravvivenza». Lo era. Le scialuppe da 150 posti sono state assaltate, le operazioni di trasbordo sono durate fino alle 3 del mattino. Umanità Davanti agli isolani è sfilata un’umanità impressionante: c’erano cittadini di 4 continenti a bordo. Li hanno ospitati, ristorati, anche a Porto Santo Stefano dove la protezione civile ha allestito il punto di accoglienza.
«Sembrava il Titanic»: è la frase che si ascolta più spesso. Curioso: nessuno si riferisce alla mitica tragedia della notte tra il 14 e il 15 aprile 1912, quasi cento anni fa, quando la nave passeggeri britannica della Olimpyc Class, affondò in meno di tre ore dopo la collisione con un iceberg. Raccontano scene che nell’immaginario collettivo sono arrivate con il film di James Cameron. C’è un pezzo di storia, davanti ai gigliesi: la più capiente nave passeggeri mai affondata. E inanime. Ci vorranno mesi per toglierla. Di solito, le navi vengono seppellite dove affondano: troppo costoso e faticoso rimuoverle. Ma qui non siamo in mare aperto.
Bisognerà evitare che si consumi sulla sponda più aspra di questo piccolo paradiso. Intanto, il ministero delle Infrastrutture assicura che lo scafo è stato messo in sicurezza «per evitare fuoruscite di sostanze inquinanti, anche travasando alcuni liquidi». Profumo d’agrumi: così si chiamava la crociera. Appena cominciata, da Civitavecchia, e diretta verso Savona, e poi Marsiglia. Finita addosso a uno scoglio. Il comandante ha provato a proseguire, per nascondere l’errore di rotta. La nave ha imbarcato acqua, è partito l’allarme, è andata via la corrente, i passeggeri sono stati sopraffatti dal panico. Per questo la Costa ha scelto la strada più vicina, virando bruscamente. Fermandosi. La nave è come distesa su un fianco e sembra morta.
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QUANDO IL SINDACO RINGRAZIAVA
PER LA MANOVRA "UNICA"...
di Marco Bucciantini
Il 2 settembre del 2005 la bottiglia di champagne non si ruppe dopo il rituale volo contro lo scafo. A Sestri Ponente, negli storici moli genovesi di Fincantieri, fu un solerte addetto al ponte ad inventarsi un ripiego artigianale: recuperò la bottiglia per sbatterla con le mani su un cornicione della nave. Con un po’ d’imbarazzo partì l’applauso. Secondo le leggi del mare, questa è avvisaglia di malasorte. Ma il destino della Costa Concordia non era in mano al fato, bensì all’uomo. Non è una storia di superstizione ma di negligenza. Perfino sfacciata. Una rotta sottocosta, consapevole dei rischi, più forte del pericolo, con quella sicurezza delle abitudini consolidate.
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Il saluto alla terra, il passaggio suggestivo davanti alle case illuminate, alle finestre che sembrano salutare. Alla Costa era - appunto - tradizione. Mario Terenzio Palombo era il più bravo di tutti in questa prodezza dannunziana. «Un mito», dicono dal piazzale di questa piccola isola che si è svegliata con un problema enorme. Il mito è comandante storico della Costa crociere. È in pensione da 5 anni, ma ancora il suo nome significa qualcosa. «Che manovre: passava e suonava la sirena e spesso aspettava al risposta al suo saluto: la bandiera che s’issava».
Così era al Giglio e così a Camogli, fino a che il passaggio non fu vietato. A tutti, ma non a lui: così bravo che gli fu confezionato un permesso personale. «Ma io non so cosa dire, sono qui a Grosseto, dove vivo», risponde al telefono. «Conosco il comandante, conosco quella riva. Ma non fatemi giudicare». Ha scritto un libro, dal titolo lungo e didascalico, «La mia vita da uomo di mare: da Camogli all’Isola del Giglio, dalle navi da carico ai prestigiosi comandi di navi passeggeri».
L’emulazione non è riuscita a Francesco Schettino. Non questa volta. Avrà un tragico merito, il comandante: difficilmente altri si arrischieranno più in queste manovre. L’abitudine verrà spezzata. «Prima o poi doveva succedere», ripetono i gigliesi. Ma questo è un lamento postumo. Che spettacolo, quella manovra: il sindaco Sergio Ortelli ringraziò con queste parole il comandante Massimo Garbarino, al timone proprio della Costa Concordia, in occasione del passaggio ravvicinato al Giglio. Era il 14 agosto.
«Egregio comandante...dopo l’incredibile spettacolo di ieri sera, con il passaggio della supernave Concordia davanti a Giglio Porto, non potevo esimermi dall’inviarLe un messaggio di compiacimento a nome di tutta la nostra comunità, compresi i graditi ospiti turisti, omaggiati da questo importante evento. Grazie all’intercessione dell’amico carissimo Mario Palombo... abbiamo assistito ad uno spettacolo unico nel suo genere, diventato un’irrinunciabile tradizione di cui ne sono onorato... ».
Il comandante scrisse a sua volta, scusandosi per il ritardo nella risposta, «è ormai la seconda volta che effettuo il passaggio di fronte all’isola del Giglio nel mese di agosto con la Costa Concordia. Era stata una meravigliosa esperienza tre anni addietro, ed è stata altrettanto emozionante quest’anno». Venerdì è stata una strage.