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Speciale Elezioni 2013

Rodotà: la Carta Pd è una svolta seria

Stefano Rodotà
Di Andrea Carugati
7 agosto 2012
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«Il centrosinistra era diventato un campo di Agramante: troppe divisioni, troppa confusione impedivano di riconoscere in quello schieramento un luogo significativo della politica. Per questo il nuovo rapporto tra Pd e Sel è una novità importante, una scelta che fa chiarezza anche nei confronti dell’opinione pubblica. E che non si può giudicare con le categorie psicologiche del tradimento o dell’abbandono», spiega Stefano Rodotà, professore emerito di Diritto civile alla Sapienza, già presidente dell’Autorità garante della privacy.

Dunque ritiene che l’uscita di Di Pietro sia un fatto positivo?
«La cosiddetta “foto di Vasto” era un’entità irrisolta, contestata da più parti anche dentro lo stesso Pd, che non consentiva di fare passi politici significativi, di costruire un’agenda di governo dei progressisti. È indubitabile che, dopo il successo di Grillo alle amministrative, Di Pietro abbia fatto una scelta totalmente populista, per paura di perdere una quota consistente del suo elettorato. Una operazione che ha trovato il suo apice nell’inaccettabile aggressione al Quirinale».

Il nuovo schema Pd- Sel si può considerare risolutivo?
«I soggetti di questa alleanza si trovano davanti a un impegno gravoso, non si può dire che tutto sia risolto. E tuttavia ritengo che la Carta d’intenti presentata da Bersani sia utile per mettere a punto una diversa agenda politica. È un lavoro difficile, perché in questi anni le agende hanno avuto un respiro cortissimo, legato a convenienze e strumentalizzazioni. La Carta del Pd compie un’opera di efficace disboscamento rispetto al programma dell’Unione del 2006 di oltre 270 pagine. Ma non basta. Può essere un punto di avvio per mettere a fuoco i soggetti, i temi e le gerarchie. Uno di questi è il rapporto con la cosiddetta “agenda Monti”: mi pare che la direzione indicata da Bersani sia un’altra, nonostante le santificazioni del governo tecnico che vengono da alcuni settori Pd».

Quale?

«Il governo tecnico ha operato riducendo gli ambiti di intervento, nella Carta del Pd c’è invece il tentativo di indicare obiettivi e orizzonti più ampi, che vanno oltre il risanamento del bilancio e il primato assoluto dell’economia e toccano quelli che definirei i cardini di una “politica costituzionale”: a partire dai diritti civili, su cui Bersani ha superato molte timidezze del passato, e da un’idea dell’Europa che va oltre il conferimento di maggiori poteri a Bruxelles nel governo dei conti. Penso all’esigenza di maggiori contrappesi democratici, come un nuovo ruolo del Parlamento europeo e nuovi meccanismi di rappresentanza e di partecipazione. L’Europa non è e non può essere solo rigore, ma anche uno strumento per la promozione dei diritti, come è successo nel caso dei licenziamenti Fiat e dei diritti delle coppie gay. Penso poi ai beni comuni, come l’acqua. A cui va aggiunto l’accesso alla conoscenza in rete rispetto all’eccesso di monetizzazione da parte delle majors. Hollande ne ha fatto uno dei cardini della sua campagna. C’è poi il tema ineludibile delle democrazia partecipativa, su cui Grillo ha aperto una sfida che va colta».

In che direzione?

«Per rafforzare la democrazia partecipativa è necessario potenziare l’iniziativa legislativa popolare. Quei disegni di legge non possono finire negli archivi di Camera e Senato: bisogna imporre una discussione con tempi stabiliti, dare ai promotori uno status pari a quello dei promotori dei referendum. Questo problema non si risolve ignorandolo, o accusando Grillo di populismo. Del resto anche il Trattato di Lisbona prevede meccanismi di questo tipo. L’Italia ha bisogno più di altri paesi di rafforzare questo nuovo circuito istituzionale. E, come si è visto coi referendum del 2011, gli italiani vogliono partecipare».

Insomma, lei vede in questi meccanismi un antidoto al grillismo?
«Se qualcuno pensa che per fermare questa ondata basti qualche polemica o un ritocco alla legge elettorale sbaglia di grosso. Il fenomeno nasce da un malessere profondo».

C’è anche il tema del rapporto coi moderati, evocato ad Bersani, a partire dall’Udc. Può funzionare?
«I problemi non mancano, e in fondo riguardano anche il rapporto tra Pd e Sel. Un’agenda non si costruisce tra le oligarchie dei partiti, o con le polemiche di piccolo cabotaggio. Serve un confronto culturale franco che renda credibile una coalizione. I temi vanno affrontati di petto, senza timori, assumendosi le responsabilità dei sì e dei no».

Che margini vede per un’agenda diversa dal mero rigore?
«È una domanda complessa. Dopo il voto del Parlamento sul fiscal compact e l’obbrobrio del pareggio di bilancio in Costituzione è difficile costruire percorsi alternativi. Ma è un dovere provarci e coinvolgere il Paese nella discussione».

Infine, il tema delle riforme costituzionali ed elettorali.
«Bersani ha fatto molti passi avanti nell’archiviare, almeno a sinistra, la cultura dell’uomo solo al comando. Ora è necessario mettere in sicurezza la Costituzione dalle scorribande di maggioranze occasionali, innalzando il quorum per le modifiche sulla forma di Stato e di governo. E una legge elettorale che superi le distorsioni di questo bipolarismo. Anche a sinistra ha finora prevalso l’idea che le elezioni servano solo a investire un governo, smontando così il rapporto tra elettori ed eletti. Nel 1993 fummo in due in Parlamento a proporre il sistema tedesco. Se lo avessimo adottato allora, quanti guai ci saremmo risparmiati...».