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Questione morale: come
ti manipolo Berlinguer

berlinguer
Di Francesco Cundari
13 ottobre 2011
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La memoria di Enrico Berlinguer rappresenta ancora oggi un patrimonio che va ben oltre i confini del vecchio Partito comunista. Non per nulla, il suo lascito politico-culturale è da sempre oggetto delle più accanite dispute ereditarie. E anche di qualche appropriazione indebita. Negli ultimi tempi, tuttavia, il fenomeno dell'uso strumentale e della deformazione polemica della figura di Berlinguer ha superato ogni limite. Fino al massimo paradosso: l’icona di Enrico Berlinguer utilizzata contro l’intera sinistra italiana, e addirittura contro i partiti e contro la politica in generale. Un gioco che si ripete ormai da anni, ogni qual volta la cronaca offra un qualche scandalo che tocchi gli ex comunisti, che si dimostrerebbero pertanto colpevoli di avere tradito l’insegnamento del loro antico leader sulla “questione morale”.

Il recente trentennale dall’intervista a Eugenio Scalfari, cadendo nel pieno delle polemiche sul caso Penati, ha dato naturalmente ampio spazio a questo tipo di operazioni. Sul Fatto quotidiano, Luca Telese è arrivato a mettere insieme, per l'occasione, il caso Greganti e la telefonata di Fassino e Consorte, la posizione critica di Napolitano nel dibattito interno al Pci degli anni ‘80 e le dichiarazioni di D’Alema al seminario di Gargonza del '96. Articolo ripubblicato tale e quale come prefazione al libro appena uscito per Aliberti: “La questione morale - la storica intervista di Eugenio Scalfari”. Al contrario dell’articolo-prefazione di Telese, però, il testo dell’intervista pubblicato nel libro non è per niente “tale e quale” l'originale...

Senza che nemmeno il più piccolo segno tipografico lo denoti (tanto meno una riga in copertina o almeno nella presentazione), l’intervista è tagliata in più punti. E nemmeno di poco. All’appello mancano ben venti domande e altrettante risposte, senza contare i casi in cui la domanda di Scalfari o la risposta di Berlinguer risultano monche rispetto all’originale. L’operazione sconcerta per la sua disinvoltura, ma è solo il caso più estremo di un fenomeno ormai consolidato di riduzione della figura di Berlinguer alla caricatura del moralista (caricatura cui contribuiscono tanto i suoi critici quanto i suoi agiografi). E così, l’intera esperienza di un uomo politico che si scontrava con l’Urss di Breznev, tutta la complessa vicenda di un leader comunista che davanti ai massimi dirigenti del Pcus parlava del valore della democrazia, viene ridotta a una semplice intervista. Intervista, per giunta, largamente fraintesa, al punto da fare di Berlinguer - che considerava la causa prima della “questione morale” l’esclusione del Pci dal governo - una sorta di precursore di Diego Della Valle e dei tanti miliardari attualmente impegnati a gridare che i politici sono tutti uguali. Al punto da trasformare il capo di un partito comunista in un teorico della separazione tra politica ed economia.

Di fatto, a rimanere fuori dal libro sono tutte le affermazioni che complicano un po’ le cose, o che allargano il quadro: dal giudizio che Berlinguer dà del congresso del partito comunista polacco a quello sulla lotta al terrorismo, in cui il segretario del Pci critica duramente ogni cedimento rispetto alla linea della fermezza. E resta fuori anche la conclusione dell’intervista, con la bella risposta che il segretario del Pci, senza nominarlo, dà a Indro Montanelli: «Un giornalista invitò una volta a turarsi il naso e a votare Dc. Ma non è venuto il momento di cambiare e di costruire una società che non sia un immondezzaio?». La prima lezione che si può trarre da questo piccolo, clamoroso caso di autocensura editoriale è che per accusare qualcuno di avere tradito lo spirito del messaggio berlingueriano, possibilmente, bisognerebbe prima evitare di tradirne la lettera. La seconda è che un documento storico come l'intervista di Berlinguer non si può trattare come il brogliaccio di un'intercettazione telefonica mal trascritta, tagliata e ricopiata chissà come, chissà da chi. La storia non si lascia tagliuzzare a misura dei nostri pregiudizi: la discussione tra favorevoli e contrari alle posizioni assunte da Berlinguer in quella intervista era una discussione seria, tra persone serie. Non la si può ridurre agli schemi di un retroscena post-datato, con l'Unione sovietica al posto dell'Ulivo, Berlinguer nei panni di Prodi e Napolitano in quelli di D’Alema. Semmai, oggi, si potrebbe discutere se a essersi rivelata profetica, con il senno di poi, sia stata la denuncia berlingueriana sulla degenerazione dei partiti di governo (e non certo del Pci, di cui rivendicava con orgoglio la diversità) o invece la denuncia di chi, come Napolitano, temeva che isolando il Pci dal gioco politico la situazione non avrebbe fatto altro che peggiorare. Questa sì che sarebbe una discussione seria, e anche attuale. Ma una discussione seria sulla questione morale impone anzitutto di rispettare i fatti e le persone, la loro storia e le loro parole, evitando le strumentalizzazioni interessate, a fini politici o commerciali. Altrimenti è solo una recita senza senso, in cui non ci sono persone ma maschere, capaci di ripetere sempre e soltanto lo stesso ritornello (a conferma della tesi, nel libretto in questione, persino la foto di Eugenio Scalfari sul retro di copertina non è quella di Scalfari, ma di Giulio Bosetti, l’attore che lo interpreta nel film di Paolo Sorrentino “Il Divo”).