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Speciale Elezioni 2013

Il ricordo di Prodi
«Ci manca il coraggio di Andreatta»

prodi
Di Simone Collini
15 dicembre 2011
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Rientro qui per la prima volta dopo la caduta del governo e provo una certa emozione». «Qui» è il palazzo di Montecitorio e il governo a cui fa riferimento ovviamente non è quello Berlusconi ma il suo, quello terminato nel giugno di tre anni fa. Romano Prodi torna alla Camera per ricordare Beniamino Andreatta, in occasione della presentazione di un libro curato da Enrico Letta che raccoglie i discorsi parlamentari dell’economista e politico scomparso nel 2007 dopo essere rimasto oltre sette anni in coma. «Per me è stato tutto», dice con un filo di voce l’ex presidente del Consiglio. «Ho cominciato a lavorare con lui nel ‘63 e ho finito quando è finito tutto». Cioè quando è arrivata la «tragedia», il grave malore nel dicembre ‘99 durante una seduta parlamentare per il voto della Finanziaria che lo ha «reso per tanti anni silenzioso», fino al marzo di quattro anni fa.

Che ricordo conserva del vostro rapporto personale?
«Quando ero suo assistente universitario e poi suo collega all’Università di Bologna avevamo colloqui interminabili, non c’era giorno e non c’era notte. Con noi ha sempre avuto il ruolo di leader intellettuale, ma questo era scontato. Quello che non era scontato è che avesse anche un ruolo di guida etica, con i suoi valori etici e anche religiosi applicati ma non ostentati. Li traduceva in azione senza, come diceva lui, la sacrilega intenzione di coinvolgere Dio nelle sue scelte».

Quanto questo atteggiamento ha contribuito alla costruzione dell’Ulivo?
«Moltissimo, anche se poi ne ha forse complicato la crescita e la vita complessiva».

Cosa intende dire?
«Che è stata data la preferenza ad altre scelte e altre interpretazioni dei rapporti tra fede e politica. Interpretazioni assai diverse rispetto al concetto di responsabilità delle scelte dei cattolici che Andreatta aveva disegnato».

Ora è qui per presentare una raccolta dei discorsi parlamentari di Andreatta: qual è il loro tratto distintivo?
«Emerge la libertà di un pensiero estremamente originale, la forza personale nel sostenere idee e posizioni che da un lato mostravano un grande rispetto per il Parlamento, ma dall’altro sfidavano molto spesso il comune sentire dei singoli parlamentari. Andreatta aveva un modo di interloquire sempre originale e coraggioso e tuttavia sempre fedele alla linea presa. Il suo rispetto per il Parlamento era straordinario. Prendeva sul serio ogni grande decisione ma anche i piccoli problemi che le Camere dovevano affrontare, con spirito sempre illuminista e con, allo stesso tempo una feroce razionalità e una fantasia senza freni».

Da presidente della commissione Bilancio del Senato Andreatta inisteva sulla necessità di intervenire sul debito pubblico, argomento piuttosto attuale oggi...
«Era capace di leggere in anticipo gli eventi e precederli con proposte motivate, anche se era provocatorio rispetto al pensiero dominante. Ha martellato durante tutti gli anni 80 sulla necessità di un assalto al debito pubblico, sull’abbattimento del deficit come condizione per la crescita, sul fatto che la severità vada richiesta al governo centrale come ai governi locali. Ricordo anche sue frasi tuonanti contro le promesse fiscali irrealizzabili, sull’errore di pensare, com’era allora convinzione nel Paese, che con l’inflazione si ungano le ruote del sistema. Diceva che ogni mancato aggiustamento oggi obbliga a una dura recessione domani».

Che peso ebbe il suo insegnamento nel rapporto costruito con l’Europa e nell’entrata nell’Euro?
«Enorme, se si pensa che è stato proprio il suo martellare per quindici anni su questi temi che ha preparato l’opinione pubblica fino all’adesione all’Euro. A cominciare dal fatto, come diceva, che non possiamo avvicinarci all’Europa usando la svalutazione competitiva, uno strumento che distrugge l’anima di un Paese. Insisteva sull’europeismo senza compromessi ma aveva anche un’attenzione analitica per gli interessi del Paese».

Andreatta è stato ministro della Difesa del suo primo governo, durante il quale l’Italia ha portato avanti la missione Alba, in Albania: come si conciliava questo con i suoi valori religiosi?
«Quella denominata Alba è stata una grande missione di pace che ha in pochi mesi ricostruito uno Stato che stava candendo nella guerra civile. Nessuno pensava che un compito così importante e difficile potesse essere portato a termine in quattro mesi».

Che rapporto aveva con l’obiezione di coscienza?
«Era favorevole, ma era feroce contro l’obiezione di coscienza utilizzata come scappatoia. Diceva: non sia una cialtroneria. Un termine che usava di frequente per fenomeni che segnavano una degradazione dall’interesse pubblico a quello privato».