Non può restare nemmeno la più piccola ombra. Non si può consentire che un sospetto possa offuscare il ruolo del Pd e creare disorientamento tra i suoi elettori e i suoi militanti. Per questo la strada che ha davanti Filippo Penati appare sempre più stretta. Le accuse dei pm sono pesanti.
Lo abbiamo detto sin dall'inizio: massimo rigore e massima trasparenza. Come ha scritto Alfredo Reichlin un mese fa su questo giornale un partito che ha l'ambizione di contribuire alla ricostruzione del Paese deve essere inflessibile. Finora ha cercato di esserlo: ha espresso fiducia nei giudici, ha spinto Penati a fare un passo indietro, ha convocato la Commissione di garanzia per valutare i provvedimenti da prendere.
Ora, però, ci si aspetta che sia lo stesso Penati a fare gesti ancor più netti. Come si sa, si è autospeso dal Pd e si è dimesso da vicepresidente del consiglio regionale lombardo nonostante continui a professarsi innocente. L'accusa che resta a suo carico (cassata dal gip quella di concussione) è corruzione per la quale il reato è già prescritto. Una condizione che mette Penati al riparo dal processo. Ma ciò che è sufficiente per un normale cittadino non lo è per un dirigente politico e tanto meno per un partito: Penati deve riuscire a dimostrare la sua completa estraneità.
E a questo punto per farlo non ha altra strada che rinunciare alla prescrizione e presentarsi in dibattimento. Dopo che il Pd si è battuto contro la prescrizione voluta da Berlusconi, non sarebbe serio né ammissibile che un suo esponente se ne avvalesse o la considerasse quasi un'assoluzione. Certo, si tratta di una scelta difficile, perchè ognuno è solo davanti alla legge e valuta liberamente le strategie difensive. Ma è evidente che se una scelta del genere non venisse compiuta per Penati si determinerebbe una condizione di assoluta incompatibilità con il suo partito.
L'etica, il rigore e la trasparenza sono questioni politiche di prima grandezza per chi vuole cambiare il Paese e si batte per l'equità e la giustizia. Anche per questo motivo Penati, per essere libero nel difendersi, dovrebbe valutare seriamente se lasciare il suo posto di consigliere regionale che ha conquistato con la fiducia di tanti elettori di centrosinistra che ora non sanno più per chi hanno votato. Sosteniamo questo dal primo giorno e lo ribadiamo in modo chiaro e netto affinché non ci siano equivoci.
Ma la girandola di dichiarazioni di autorevoli esponenti del centrodestra che ieri ha vorticato sulle agenzie o i titoli di certi giornali (quelli di famiglia e non) che hanno già scritto la sentenza definitiva e accusato tutti i leader dal Pci al Pd delle peggiori nefandezze, sono davvero indecenti. Sentire usare argomenti giustizialisti da quelli che hanno difeso Berlusconi ad ogni processo, ad ogni rinvio a giudizio o ad ogni accusa gridando contro i «giudici comunisti» fa impressione e dimostra a quale livello di spregiudicata demagogia si sia arrivati nell'era berlusconiana.
Sentirli tuonare contro «Penati salvato dalla prescrizione» fa ancora più impressione visto l'uso che di quello strumento (ostinatamente voluto) ha fatto il premier. E vederli accusare il Pd per la sua debolezza contro la corruzione è ancora più sorprendente visto il numero di esponenti del centrodestra che, in presenza di inchieste giudiziarie, accuse e rinvii a giudizio, hanno fatto carriera diventando persino ministro. E' una schiera di smemorati questa che si muove disinvoltamente sulla scacchiera della politica e opera cambi di fronte senza alcuna vergogna. Avremmo voluto sentirli prima moralisti o inflessibili fustigatori come Gasparri, Cicchitto, Giovanardi.
O ancora i custodi della moralità come Belpietro e Sallusti. Ma erano altrove, tutti insieme impegnati fino allo spasimo a difendere il Capo dal complotto delle "toghe rosse". Vedete, purtroppo così va il mondo dalle parti del Partito Personale. Nel centrosinistra che noi vogliamo, invece, si può anche chiedere a un dirigente che non è stato nemmeno rinviato a giudizio di rinunciare alla sua protezione processuale. Se a destra avessero usato lo stesso metodo, chissà come sarebbe andata la nostra storia. Verdini, Cosentino, Romano e imputati vari non avrebbero più alcun incarico.
E Silvio Berlusconi, con il suo fardello di imputazioni (e con la prescrizione scambiata, anche dal Tg1, per assoluzione) non starebbe più a Palazzo Chigi. Solo fantasie, ovviamente: perché tutti in coro avrebbero gridato al tradimento del voto popolare. Non c'è niente da fare, il populismo genera brutti mostri.