Pippo Delbono: «Il coraggio di crederci»

schede elettorali e una rosa
Di Pippo Delbono
12 giugno 2011
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Davanti alla porta della Legge c’è un guardiano. Un uomo di campagna si avvicina e gli chiede di entrare.

Il guardiano lo guarda e gli dice: «Può darsi. Ora no. Ma sta attento: io sono solo uno dei guardiani di grado più basso, dopo di me ci sono altri guardiani molto più potenti di me, che io non posso guardare neppure in faccia». L’uomo di campagna aspetta per giorni, aspetta per mesi, aspetta per anni di entrare in quella porta...» ( Il Processo di Kafka).

C’è una sensazione comune di vivere oggi in un mondo che anche se si chiama civilizzato, democratico, libero, in fondo rimane gestito a struttura medioevale, con vassalli che comandano non perché posseggono le caratteristiche giuste del leader ma perché potenti a livello economico. Con il denaro molti grandi leader dei paesi cosiddetti democratici si sono comprati anche il potere e spesso il massimo potere.

C’è anche in me, a volte, come in tanti, una depressione nella fede politica, una sfiducia nella politica che mi porta a pensare che comunque il mio voto non servirà a nulla. Che intanto sempre altri decideranno dietro a quelle kafkiane porte a cui noi non potremmo mai accedere. Ma voglio anche lottare contro questo pensiero. E credere ancora che così come una piccola pietra gettata in uno stagno genera un piccolo vortice, che a sua volta ne alimenta un altro e poi ancora un altro e un altro ancora, così il mio piccolo atto contribuirà a una trasformazione.

«L’unico governo possibile è quello che tiene conto degli individui» scriveva il poeta americano Walt Whitman. Mi vengono in mente le grandi rivolte popolari che cominciate da un piccolo gruppo di persone poi sono cresciute e cresciute e sono diventate forza di un popolo, che è riuscito a riacquistare la libertà sradicando feroci dittature nell’America Latina, nell’Africa dell’appartheid, un popolo che si è unito e ha vinto.

La dittatura per noi oggi è quella che ci tiene prigionieri nella mente, ci limita la libertà del pensiero, la capacità di decidere con autonomia, di vivere con autonomia. Addomesticati, intorpiditi nella la mente, convinti che per essere bisogna apparire. Altrimenti non esisti. E quindi non esistono altro che certe regole “estetiche”, il resto se ha un altro colore, un altro odore, non conta più. Possiamo lasciarlo annegare tranquillamente in mare.

Abbiamo visto in questi anni immagini di lunghe file di persone che aspettavano per avere l’acqua sotto il bersaglio dei cecchini, sotto le bombe, dopo le catastrofi naturali. Abbiamo visto donne che camminavano sui detriti atomici per cercare qualcuno o qualcosa di perduto, abbiamo visto persone massacrate per strada, nelle piazze, dimenticate nelle prigioni, affogate in mare, perché difendevano dei diritti di democrazia.

Ora a noi che non moriamo per la sete, per le esplosioni nucleari, per le dittature, ci è data la possibilità di esporre un nostro pensiero su queste cose: l’acqua, l’aria, la democrazia.

C’è in quel semplice atto di andare a votare il decidere di cambiare quella abitudine a non credere più, come se decidessimo di andare a depositare un fio
re su un campo deserto con la convinzione che quel fiore contribuirà a trasformare quel luogo arido in un campo fiorito. E credere ancora che si possa vivere in uno stato dove non subiamo passivamente le leggi ma agiamo per modificarle, se occorre. In quel voto c’è un atto di coraggio e di fede.

Mi è arrivata l’altro giorno dall’Argentina, che come tanti paesi del Sudamerica sta vivendo dopo anni di dittature un nuovo rinascimento culturale e politico, una citazione di John Berger:
«Il passato è l’unica cosa di cui non siamo prigionieri.
Col passato possiamo fare quello che vogliamo.
Quello che non possiamo fare è cambiare le sue conseguenze.
E se costruissimo un passato insieme?»