Il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso dice sì alla proposta di Montante per un rating antimafia per le aziende.
Procuratore Grasso, cosa pensa del “rating antimafia” per le imprese che puntano sulla legalità?
«C’è un punto da cui partire: la gran parte degli imprenditori deve comprendere che c’è una convenienza nella legalità…».
Questa consapevolezza è ancora isolata?
«Confindustria Sicilia prima, e quella nazionale dopo, hanno assunto la decisione esemplare di espellere gli associati che pagano il racket. Noi speriamo sempre che altre organizzazioni di categoria seguano l’esempio e che si arrivi a un patto generalizzato tra chi produce ricchezza e lo Stato. È utile all’imprenditore un sistema di giustizia che non funziona? O un meccanismo in cui la concorrenza viene alterata dall’assenza di controlli sui bilanci? O di controlli per evitare l’evasione fiscale, contributiva, previdenziale, assicurativa? O di controlli per garantire il giusto salario, la sicurezza dei cantieri e impedire il lavoro nero? Credo che all’imprenditore onesto non possa convenire un diffuso sistema di illegalità».
Quanto e come può incidere la crisi economico-finanziaria sulla diffusione della criminalità?
«La crisi favorisce certamente chi ha danaro liquido, e la criminalità organizzata – che percepisce ingenti risorse a costo zero - può divenire ancora più potente. Approfittando della crisi, cioè, e con il vantaggio dei prestiti usurai, l’illegalità si impadronisce delle imprese sane facendosi scudo, spesso, del vecchio imprenditore, magari incensurato. Un modo per evitare che la società venga coinvolta nelle indagini, nei sequestri, nelle confische, ecc. Corriamo il pericolo della “mafizzazione” dell’impresa legale. Un rischio ancora maggiore rispetto al passato».
Vale per il Sud come per il Nord…
«Certo. Si rischia l’implosione del tessuto economico e delle realtà migliori. Oggi, tra l’altro, ci sono imprese che, pur non essendo completamente mafiose, si avvalgono del sistema mafioso ricavandone una convenienza».
La cosiddetta area grigia…
«Appunto. Possono esserci imprenditori che fanno da capofila per l’aggiudicazione degli appalti, ad esempio. Bisogna partire dalla consapevolezza che il punto intorno al quale ruota tutto il sistema è l’imprenditore. Perché senza di lui, soprattutto per ciò che riguarda i finanziamenti pubblici, né la mafia, né la politica, né la burocrazia potrebbero avvantaggiarsi di detti finanziamenti, come avviene soprattutto nel mondo degli appalti. Bisogna muovere da questa consapevolezza per capire cosa fare».
In questo contesto la proposta di Confindustria sul rating antimafia rappresenta un passo avanti?
«Il rating attiene al tentativo di ottenere maggior credito in un momento di crisi gravissima di liquidità. Quel punto in più di affidabilità può servire a contrastare un mercato che, invece, potrebbe premiare un’impresa mafiosa che gode di denaro a costo zero. L’idea di dare alle imprese legali un rating maggiore è decisiva, sotto questo profilo. Consente – non solo nel Sud – di fornire ossigeno per affrontare la crisi evitando l’aggravarsi dell’emergenza occupazionale. Può rappresentare anche una forma di prevenzione dell’usura oggi sempre più dilagante. Il problema, però, riguarda i requisiti per accedere a queste agevolazioni. Il discorso sul rating, tra l’altro, secondo me, deve valere anche per gli appalti».
Un marchio generale di qualità, quindi…
«Penso ad una
white list che comprenda le imprese che vengono considerate affidabili sul mercato per cui sia le banche che la pubblica amministrazione possono avere adeguate garanzie. Chi possiede i requisiti per entrare a far parte di questa lista è giusto che goda di vantaggi rispetto a chi si avvale dell’illegalità diffusa, seppur parzialmente».
Ma le certificazioni antimafia non bastano?
«Dobbiamo evitare il rischio che certi controlli e certe documentazioni vengano aggirati dal fatto che il mafioso, o l’impresa paramafiosa, possano avvalersi di prestanome assolutamente puliti, e possano essere premiate ugualmente, malgrado i controlli. Quella che serve, in poche parole, è una rivoluzione copernicana che non so se il sistema imprenditoriale è pronto ad accettare. Perché, ad esempio, quando si parla di eliminare la certificazione antimafia si sollevano immediatamente polemiche e reazioni scomposte. È certo, però, che tante imprese rimangono bloccate in attesa dei tempi lunghi che occorrono per i controlli».
In cosa dovrebbe consistere questa rivoluzione copernicana, procuratore Grasso?
«In un compromesso virtuoso. Tu impresa fornisci determinate garanzie e ottieni, in cambio, un vantaggio. Affrontando il rischio che comporta la necessità di esporti agli eventuali controlli che possono essere effettuati nei confronti di chi fa parte della
white list. Indipendentemente dal certificato, in sostanza, mi devi garantire – magari con un’autodichiarazione - di essere assolutamente trasparente. Sia sotto il profilo societario, sia sotto quello dei capitali, sia per quel che concerne le mutazioni societarie e di capitali, sia in relazione ai tuoi dirigenti e al tuo personale».
C’è anche il problema dei fornitori, dei subappalti...
«Certo. E io, ad esempio, ritornerei al registro dei clienti e dei fornitori che non è stato reso più obbligatorio fin dall’inizio degli anni Novanta. L’impresa, peraltro, dovrebbe garantire che tutte le modalità d’acquisto e tutte le spese, anche per il personale, avvengano attraverso un criterio di tracciabilità. Per quel che riguarda l’edilizia, ad esempio, devi dichiarare dove acquisisci gli inerti, i calcestruzzi e i bitumi, chi fa il movimento terra, noli a freddo e a caldo, ecc. Per controllare, appunto, che non ci siano illegalità in questi settori. Lo stesso vale per un sistema di smaltimento dei rifiuti e dei materiali di lavorazione che non inquini e che avvenga, anche questo, secondo le norme vigenti. I criteri di trasparenza devono valere anche per la regolarità dei salari, dei contributi assicurativi e previdenziali. Le imprese, tra l’altro, potrebbero diventare, anche se parzialmente, dei sostituti d’imposta. Chi contratta con queste imprese, cioè, non può fare il furbo, evadere il fisco ed emettere false fatturazioni».
Una vera sfida… E cosa accadrebbe se queste autocertificazioni si rivelassero irregolari o infedeli?
«Mi troverei d’accordo sulla proposta di una Commissione nazionale che gestisca e controlli tutte queste autocertificazioni e che comprenda i ministeri interessati, come gli Interni, l’Economia, la Giustizia. Anche la Direzione nazionale antimafia sarebbe disponibile a collaborare mettendo a disposizione informazioni utili. I soggetti da mobilitare possono essere anche altri. Vedrei naturalmente Confindustria, sicuramente l’Abi, l’Ufficio informazioni finanziarie della Banca d’Italia».
Una obiezione alla proposta del rating è che lo strumento della denuncia del racket e delle intimidazioni mafiose possa essere disincentivato. Gli imprenditori che hanno sfidato la mafia rivolgendosi allo Stato sono ancora una minoranza…
«È chiaro, e lo davo per scontato, che tra i prerequisiti per far parte della
white list ci debba essere anche la garanzia che non si subiscano e non si subiranno estorsioni. Se un’impresa facesse veramente ciò che ho cercato di immaginare non darebbe nessun contributo al sistema mafioso e non potrebbe avvalersi di fondi in nero, di bilanci truccati per pagare il pizzo. Anche da questo punto di vista bisogna valutare l’opportunità della reintroduzione del falso in bilancio, di reati per gravi episodi di evasione fiscale e la definizione di norme più stringenti anti corruzione. L’elenco diventa pubblico, naturalmente, e a quel punto tutti – dall’autorità giudiziaria, alle forze di polizia, dall’ispettorato del lavoro all’Agenzia delle entrate, all’Inps – potrebbero verificare la regolarità di un’impresa. Le eventuali anomalie verrebbero segnalate alla Commissione nazionale che si è assunta la responsabilità di assegnare il bollino di affidabilità a quel determinato imprenditore».
E quali sanzioni si potrebbero comminare a quel punto?
«Potrebbero essere civili, amministrative e anche penali. Dovrebbe scattare, naturalmente, l’inibizione a continuare a far parte della white list. E chi rimane nell’elenco non potrà lavorare con l’impresa messa al bando. Come si vede è il sistema complessivo che va ridefinito. Ma ciò sarebbe coerente con l’aria nuova che si vuole far circolare in Italia per sviluppare un Paese più civile e più europeo».