Una lunga nottata di mare e di terra, di penose bugie e di verità fredde e dure come un sasso. Racchiuse in una piccola scatola nera. Che «adesso parla», espressione usata dalla procura di Grosseto. Una storia cominciata con un brindisi di benvenuto e che ancora non conosce il suo finale.
Ore 19.05 La Costa Concordia parte da Civitavecchia. Ha imbarcato 4232 persone, fra equipaggio e vacanzieri. La nave scorre via a 23 nodi, come sempre.

Verso le 21 La guardia costiera registra il tracciato della nave: il comandante Francesco Schettino sta puntando verso l’Isola del Giglio. Tecnicamente, è già abbondantemente fuori rotta. Le regole di navigazione imporrebbero una traiettoria di 5 miglia lontano dalla costa, e dunque a ovest delle isole dell’arcipelago toscano, da Giannutri, al Giglio fino all’Isola d’Elba.
Ore 21.35 La maggior parte dei passeggeri è a cena, dispersa fra i cinque ristoranti. Qualcuno sorseggia champagne nei balconi delle suite (ce ne sono 58). Ovunque arrivano diffuse le note leggere e dolci del pianoforte. La Costa Concordia è a 150 metri dalla costa, in un tratto di mare dove il fondale è fra i sette e i quindici. Pazzesco: il mare degrada repentinamente, appena cento metri più a largo la profondità è di 70 metri, per un passaggio in tutta sicurezza. Il boato, il fracasso dello scafo contro lo scoglio. La nave oscilla, piatti, sedie, stoviglie, tavoli..tutto è senza governo. È un flash nei racconti della gente, perché poi arriva il buio. E tutti ricordano questo: il rumore, poi la notte, improvvisa, e ancora un colpo, più secco: è lo scoglio strappato dalla terra che si conficca e si ferma dentro lo scafo, a pochi metri dalla poppa.
Ore 21.36 Gli altoparlanti comunicano: «È un problema elettrico, un guasto dei generatori». Ripeteranno questa bugia per altre 6 volte, per un’ora. Schettino insiste nella rotta, ma rallenta, scende a circa 15 nodi.
Ore 21.45 La nave imbarca acqua, e si sbilancia sul lato sinistro. Il comandante capisce che non può navigare e cerca di avvicinare la Costa Concordia alla terra. Questi sono i minuti che saranno il sale dell’inchiesta. Quali comandi e con quale tempismo sono stati impartiti dopo lo scontro? L’enorme corpo morto adagiato sul margine dell’isola del Giglio fornisce un indizio inquietante: l’aletta rossa tesa verso l’esterno, a metà dello scafo. Serve per la stabilità e si usa quando la nave viaggia veloce, serena. E quando si inserisce il pilota automatico, alla maniera degli aeroplani. Sulla Concordia quest’ala è inserita. La manovra di avvicinamento alla costa dimostrerebbe invece la presenza di Schettino in plancia di comando, e così anche l’inabissamento delle due ancore, che hanno fatto da perno per la virata a 180°. La prova decisiva potrebbe arrivare con la costatazione della chiusura delle porte stagne. È un comando di emergenza e si aziona dalla pulsantiera sulla plancia di comando. Questa verità ne porterebbe appresso un’altra: le porte stagne isolano la parte di imbarcazione sott’acqua, per evitarne la diffusione. È una decisione necessaria e cinica, perché taglia fuori l’equipaggio che per motivi di lavoro o per cercare di riparare i danni si trova nella parte isolata. Anche capire dovo sono gli ultimi dispersi fornirà la verità su questi drammatici minuti.
Ore 21.57 Lucia Calapai è nella sua abitazione di Prato. Riceve una telefonata dal fratello: «Chiama mamma, è urgente». Lucia pensa a uno scherzo, ma si ricrede in fretta, non appena ascolta la risposta di Concetta, 64 anni, che è in crociera con un’amica. «Aiuto, stiamo affondando». Lucia avverte i carabinieri di Prato. Loro chiederanno spiegazioni alla capitaneria di Livorno, che non ha ricevuto allarmi. Anche da Savona, dove aspetta la Costa Concordia, nessuna novità. Il comandante non ha dato il «mayday» (modo gergale per dare l’allarme). A nessuno, mai. I livornesi chiamano a bordo.
Ore 22.24 Lo scafo comincia a inclinarsi, lentamente, ineluttabilmente. Si poserà sul fianco alle 5 del mattino. La capitaneria di Livorno ordina di rompere gli indugi e annunciare l’allarme di bordo. Passeranno almeno altri 20 minuti prima degli otto fischi della sirena (sette lunghi, uno breve). Non può valere la scusa che si è voluto evitare il panico, e si poteva comunque dare il «mayday» per avviare le procedure ufficiali di soccorso alla nave e ai passeggeri.
Ore 23.06 A bordo esiste solo una legge: la sopravvivenza. I passeggeri si contendono i giubbotti di salvataggio. Ad Antonella, che caracolla nel corridoio delle cabine con in braccio la sua bambina, viene strappato via. Lei ne vede uno custodito in una vetrina. Spacca il vetro con una sedia e lo indossa. A terra, don Lorenzo vede le scialuppe e apre la chiesa, «per quelli che verranno in questa lunga notte».
Ore 23.10 Decolla da Luni, nello Spezzino, l’elicottero della Marina, pilotato da Salvatore Cilona. Si fionderà a 200 chilometri orari verso il Giglio, dove arriverà alle 23.50. La sua presenza è fondamentale per salvare con il verricello le persone che non riuscivano a risalire sul ponte. E i suoi fari erano indispensabili a illuminare la scena e permettere la discesa nelle scialuppe.
Ore 23.30 A bordo le gerarchie sembrano invertite. Comandano quelli in «gilet rosso e camicia bianca», come li chiamano i passeggeri. Sono i filippini e i peruviani, la manovalanza della Costa Concordia. Loro dirigono le operazioni di sbarco, aiutando le persone a guadagnare le scialuppe, ma capiscono poco l’italiano e nervosismo e paura attanagliano la nave. Aldo ha in braccio due bambini piccoli e per questo viene scortato sulla scialuppa.
Due signori si buttano dal ponte, e precipitano sulla barchetta di emergenza, che s’impenna, ma non si ribalta. Si difendono: «Anche noi abbiamo il diritto di vivere». Paolo Rona, vacanziere ma vigile del fuoco di professione si adopera e salva due disabili. E accusa: «Gli ufficiali anziché aiutare si sono messi in salvo per primi». Così fa il comandante, che sbarca alle 24. E che non raccoglie l’invito della guardia costiera, che gli consiglia di tornare a bordo e dirigere il salvataggio. Dalla nave arrivano richieste bizzarre: trainateci in porto, chiedono alla vedetta della Finanza. «Come chiedere a una formica di spostare un elefante».
Ore 1.55 Parte dalla terraferma il primo traghetto che dovrà portare via i naufraghi, che tre ore dopo saranno a Porto Santo Stefano, e riceveranno cure e ristoro. Nella caletta del porto viene a galla il primo morto. Non sarà l’ultimo.