Il differenziale tra il Bund decennale tedesco e il Btp italiano resta questa mattina al di sotto di quota 400, a 386 punti, stabile sui valori d'apertura. La discesa sotto i 400 è avvenuta nella giornata di ieri.
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Arriva accolto con tutti gli onori, come si deve per gli ospiti di riguardo. Sul piazzale spazzato dal gelo del centro di produzione Mediaset del Palatino, Mario Monti trova anche Fedele Confalonieri, insieme a Clemente Mimun, per il saluto al presidente del Consiglio. Prima un quarto d'ora buono al Tg5 in diretta e poi oltre mezz'ora di registrazione per Matrix. Fiducia ritrovata, spread che scende «e scenderà ancora», garantisce Monti e poi via con l'intervista. E con quel «che monotonia» riferito al mito italiano del posto fisso, che serve a incentivare un superamento ideologico ma che magari non farà la felicità di precari, sindacalisti e forze politiche.
Il posto fisso? «Che monotonia», dice il professore per ribadire che «i giovani devono abituarsi all'idea che non avranno il posto fisso». Una frase forte fatta scivolare lì nel corso della conversazione con Alessio Vinci, che si salda a quella per cui l'art.18 «non è un tabù»: «Può essere pernicioso per lo sviluppo dell'Italia e dei giovani, in certi contesti e abbastanza accettabile in altri contesti». Secondo Monti, «bisogna modificare il sistema di flessibilità in entrata e in uscita» e «ovviamente ci vuole una riforma degli ammortizzatori sociali che vada nel senso di tutelare il singolo lavoratore quando deve cambiare lavoro senza negare la tutela del lavoratore a un posto che diventa obsoleto». Il premier annuncia l'intenzione di mettere mano alla politica del lavoro, anche a costo di dover intervenire sulle regole di licenziamento. Sì, perchè l'articolo 18 per Monti ha determinato «un terribile apartheid nel mercato del lavoro tra chi è già dentro e chi, giovane, fa fatica ad entrare». I giovani però devono «abituarsi all'idea di non avere più il posto fisso a vita: che monotonia - afferma - È bello cambiare e accettare delle sfide». La linea dell'esecutivo è non aprire 'tout court' alla concertazione con i sindacati, che d'altronde escludono qualsiasi ipotesi di modifica dell'articolo 18. Ma va avviato un confronto «in tempi brevi». Insomma, sì al dialogo ma su tutto. L'intenzione è chiudere in una sessantina di giorni per dare una 'svoltà al paese e far ripartire la crescita. Per Monti alcune eredità del passato, infatti, rischiano di imbrigliare l'Italia, penalizzando proprio i giovani.
Il premier difende la battaglia sulle liberalizzazioni. Invita a osservare che «da anni l'Europa chiedeva che nel campo dell'energia Eni accettasse, e che il governo ponesse all'Eni, la separazione proprietaria tra generazione di energia e la distribuzione, quantro al gas. Non è un interesse debole ma il governo si è imposto, trovando comprensione nell'Eni e questa separazione ci sarà». Del resto, avverte, meglio scommettere sul buon fine della liberalizzazioni se non si vuole finire come la Grecia.
«Se gli italiani sperano di vedere prevalere le resistenze corporative, allora i tassi ripartiranno verso l'alto e andiamo a sbattere». E allora «meglio sarebbe studiare il greco, ma quello moderno...». Di fronte a un rischio del genere, però, «vedrà - dice a Vinci - che prevarrà la maturità delle forze politiche». E del resto alla fine «banchieri e petrolieri non è che vengono a manifestare sotto le finestre di Palazzo Chigi come i taxisti ma se avessimo tempo potrei dimostrare che anche loro...». Il professore si gode l'ennesimo calo dello spread registrato oggi: «Deve scendere ancora e scenderà - rassicura - È una variabile che ha polarizzato anche troppo l'attenzione» ma «ormai ha una tendenza decrescente». Il capo del governo parla direttamente agli italiani anche per illustrare l'accordo fiscale di Bruxelles. Il vincolo del debito - spiega - «certamente è severo ma non impossibile se saremo capaci di tornare a far crescere di più il Paese». Crescita alla quale sono chiamati tutti a contribuire: «L'Italia dispone di capitale pubblico - sottolinea Monti - ma dispone di grande capitale umano che non sempre è stato valorizzato».
Parole di stima per Berlusconi, «in fondo devo a lui se ho cominciato a interessarmi della cosa pubblica come Commissario europeo quando ancora mi chiedevano come mai avessi preferito l'Ue al cda della Rai», e una corposa lista delle questioni off limits per il suo governo tecnico rispetto al campo della politica, perchè «il mio governo ha compiti limitati, ma ciononostante difficilissimi, per rendere l'Italia migliore. Questo compito lo svolgeremo se osserveremo una certa distanza rispetto da partiti».
Nessuna invasione di campo allora in tema di cittadinanza ma non solo: «Ci sono temi importantissimi, non meno di quelli economici, ma che non sono il cuore del mandato ricevuto. Io per esempio - rivendica - ho idee personali ma non le considero parte della mia missione di governo, così come questioni importanti come bioetica, e altre importantissime come la legge elettorale, la riduzione del numero dei parlamentari e i regolamenti parlamentari». Tutti dossier che «devono essere sciolti, considerati e discussi dalle forze politiche elette direttamente da cittidaini, con le loro diverse sensibilità». E con la garanzia che nel 2013 «non ci sarò. Sarò ancora vivo, spero ma senza le responsabilità attuali».