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Ma la vergogna verrà

 
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Di Giovanni Maria Bellu
29 luglio 2010
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La conferenza stampa tenuta ieri da Denis Verdini - il coordinatore del Popolo delle libertà inquisito da due procure della Repubblica - sarà riproposta più volte negli anni a venire quando - perché quel momento verrà - il Paese potrà ragionare con serenità, e magari ridere, di questo momento della sua storia. Allora ci si stupirà nel rivedere quelle immagini, proprio come oggi ci si stupisce davanti alla mimica mussoliniana e alla retorica dei documentari dell’Istituto Luce.

E ci si domanda come un Paese civile potesse sopportare quel tragico pagliaccio e la corte mediocre dei suoi servi. Mentre scorreranno le immagini di Denis Verdini - l'ex macellaio diventato banchiere e poi politico, uno degli uomini più potenti di quella povera Italia - non faremo caso, tanto ci parranno ovvie, alle parole dello speaker che ci racconterà come il 28 luglio del 2010, nel mezzo di una crisi economica planetaria devastante, mentre il Paese era impegnato in una guerra che proprio quel giorno aveva portato via due dei nostri ragazzi, la principale preoccupazione del capo del governo fosse trovare il modo di far fuori politicamente la terza carica dello Stato colpevole di aver avuto un sussulto di pudore davanti al tentativo di coprire l’illegalità dilagante con una legge fatta per imbavagliare la libera stampa e rendere più difficile le indagini contro le associazioni mafiose. «Le organizzazioni criminali - dirà lo speaker - all’epoca erano penetrate fino ai vertici dello Stato.

Poche settimane prima uno dei principali collaboratori del premier, nominato dal medesimo premier senatore, era stato condannato nel processo d’appello a sette anni di carcere per i suoi rapporti con Cosa Nostra. Lo stesso reato contestato, ma per rapporti con la camorra, al sottosegretario all’Economia del governo in carica. In quegli stessi giorni erano finiti sotto inchiesta, per vari reati tra cui quello di violazione della legge contro le associazioni segrete, il senatore, il sottosegretario all’Economia, un altro sottosegretario (quello alla Giustizia) e lo stesso Denis Verdini che, in quella ormai storica conferenza stampa del 28 luglio 2010, svolse un monologo di una quarantina di minuti prima di consentire ai giornalisti di porre qualche domanda».

«Il giorno prima era stato sentito per nove ore dai magistrati. Si era trovato in difficoltà soprattutto davanti alle contestazioni relative ai suoi rapporti con Flavio Carboni, uno dei personaggi più squalificati dell’epoca, col quale - al pari del senatore condannato per Cosa Nostra - aveva stabilito un rapporto di cordialità, di amicizia, e anche d’affari. Ma, come avete sentito, nei quaranta minuti del suo monologo, Denis Verdini non fece alcun riferimento a quelle circostanze. Anzi, giunse a sostenere che quanto stava dicendo non era la “sua” verità ma “la Verità” perché egli, essendo parte in causa in quelle vicende, meglio di tutti le conosceva. Come se oggi un imputato di omicidio chiedesse d'essere prosciolto sulla parola».

«Ma erano quelli i tempi. Il capo del governo controllava l’intero sistema d’informazione televisiva e l’anno prima aveva invitato esplicitamente gli industriali a negare la pubblicità ai giornali non allineati. Erano anche in atto un serie di provvedimenti finalizzati a colpire economicamente, per eliminarla, la carta stampata. Ma, nello stesso tempo, i quotidiani sotto controllo governativo effettuavano un’opera sistematica di denigrazione degli avversari politici. Quella mattina su un quotidiano di proprietà del fratello (egli pure plurinquisito) del premier era apparso un articolo scandalistico sulla terza carica dello Stato». «Ma torniamo alle immagini.

Avete sentito le urla? Accadde quando una giornalista de l’Unità domandò spiegazioni circostanziate su alcuni passaggi di denaro tra Flavio Carboni e la banca di Denis Verdini. Si trattava della questione più imbarazzante. Quella che, nell’interrogatorio, aveva creato i maggiori problemi. Perché inspiegabile che un personaggio squalificato come Flavio Carboni avesse trasferito una grossa somma di denaro a uno dei più importanti leader del partito di governo il quale, per perfezionare l’operazione, aveva anche utilizzato un prestanome». «Ma, cari ascoltatori, attenzione: le urla che avete sentito non erano di Verdini. Egli, al contrario, per l’intera conferenza stampa, mantenne un atteggiamento cordiale, almeno in apparenza, e disse col sorriso sulla labbra anche frasi che, ai diretti interessati, suonarono minacciose.

Come quando definì chissà perché “morbosa” la domanda della giornalista de l’Unità , o quando, facendone il nome e il cognome, si domandò con finto stupore perché mai fosse assente una giornalista del Corriere della Sera che aveva scritto articoli documentati sulla sua vicenda giudiziaria. A gridare fu un altro giornalista che in passato era stato parlamentare e anche ministro per la stessa coalizione del capo del governo e di Verdini. Urlò un paio di offese contro la giornalista de l’Unità colpevole di aver fatto la domanda giusta. Poi - concluso il servizio - andò via. Dirigeva un giornale del quale Verdini era comproprietario. Succedevano queste cose in quelli che oggi ricordiamo come “Gli anni della vergogna”».