Guai a ripetere l'errore del 2008 di Cristoforo Boni

berlusconi
6 febbraio 2012
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Berlusconi vuole dialogare con il Pd sulla legge elettorale? Bene. Siccome la riforma è una necessità vitale - perché votare con il Por cellum condannerebbe anche la prossima legislatura al fallimento - non si può che apprezzare la disponibilità di Berlusconi. Sperando che sia sincera.

Troppe volte il Cavaliere ha preso impegni che poi non ha rispettato. E, a dispetto delle tafazziane discussioni nel centrosinistra su inciuci veri e presunti, è stato quasi sempre Berlusconi a far saltare le intese. Nel Parlamento di oggi il Pdl ha i numeri per impedire la riforma elettorale. Dunque, il confronto è necessario se si vuole davvero cancellare il mostruoso Porcellum.

Ma ciò che il Pd non deve fare stavolta è ripetere l’errore del 2008, quando sul finale delle legislatura impostò la trattativa sulla base di un rapporto privilegiato col Pdl. Come se i due grandi partiti avessero un interesse comune: cancellare, o marginalizzare, tutti gli altri competitori, compresi quelli capaci di superare la soglia di sbarramento. Non è solo una ragione tattica che induce a rifiutare l’asse con il Pdl. L’errore sta proprio nella logica del patto tra i partiti maggiori.

Perché questa è la filosofia di chi non vuole rinunciare alla Seconda Repubblica, anzi tenta di rilanciarla incurante dei suoi conclamati fallimenti. Se, infatti, fin qui è stato il «maggioritario di coalizione» la leva di quel presidenzialismo strisciante che ha fatto saltare gli equilibri istituzionali (e ci ha regalato trasformismo, frantumazione politica, ingovernabilità), ora la leva dovrebbe essere il «bipartitismo tendenziale».

Ma lo scenario sarebbe drammaticamente identico al precedente. Perché il bipartitismo sarebbe imperfetto, ancor più del maggioritario di coalizione. E chissà se la nostra Costituzione riuscirebbe a sopportare ulteriori torsioni. Il confronto col Pdl resta necessario. Ma sarebbe bene che il Pd lo impostasse con intenzioni davvero riformiste, capaci di uscire dalle macerie attuali e di ridesegnare un nuovo sistema, compatibile con i principi costituzionali.

La sfida per il Pdl, come per il Pd, è di costruire anzitutto partiti davvero democratici, capaci di fondare il bipolarismo sulle rispettive vocazioni maggioritarie, non su alleanze forzate. Bisogna fissare soglie di sbarramento alte (ad esempio il 5%), ma Pd e Pdl non devono aver paura dell’autonomia delle forze intermedie. Perché se la negheranno a loro, se ne priveranno essi stessi. Alle forze intermedie non si può rifiutare una giusta rappresentanza, semmai bisogna impedire che si ripeta quanto accaduto negli anni 80, quando il leader di un partito minore è riuscito con giochi di sponda a scalare Palazzo Chigi.

La normalità in Europa è che i partiti si candidano con il pro- prio simbolo, il proprio programma, il proprio candidato-premier. Da nessuna parte la coalizione preventiva è un obbligo giuridico. Perché se così fosse, verrebbe meno il ruolo che la Costituzione assegna al Parlamento.

Ma in nessun Paese d’Europa è negato al leader del partito più votato il diritto di formare una coalizione stabile e potenzialmente in grado di durare per l’intera legislatura. Chissà se la disponibilità, mostrata da alcuni esponenti del Pdl alla proposta Vassallo-Ceccanti, sia di buon auspicio per archiviare la stagione delle coalizioni preventive.