Rai, lo sfogo di Garimberti:
«Così non si va avanti»

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Di Natalia Lombardo
2 febbraio 2012
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Oggi la battaglia continua al settimo piano di viale Mazzini con la riunione del Cda, dopo la spaccatura alla quale è andata incontro, consapevolmente, il direttore generale, Lorenza Lei e le dimissioni di Nino Rizzo Nervo. All’esterno il Pd si prepara a una mobilitazione, a una iniziativa pubblica per sollecitare una riforma che salvi la tv pubblica dal dominio dei partiti. Il presidente Rai, Paolo Garimberti, ha chiesto un incontro con il presidente del Consiglio Monti, al quale ha rivolto un appello per riformare la governance. Un incontro non ancora nell’agenda di Palazzo Chigi. Nel pomeriggio Garimberti ha smentito che lo fosse: «Non è vero che ho un appuntamento con il presidente del Consiglio, Mario Monti. Ho chiesto un incontro e sto aspettando una risposta». Ma già la richiesta di un colloquio ha dato il là a Maurizio Gasparri per attaccare il presidente Rai che appella come «piccolo megafono della sinistra». Contraddicendosi in pieno, l’ex ministro delle Comunicazioni che ha fatto una legge a suo nome cucita addosso a Berlusconi, sbandiera le due sentenze della Corte Costituzionale che vietano al governo di intervenire sulla gestione Rai.

Garimberti ribatte a Gasparri: «Essendo io un uomo libero e non essendo mai stato, al contrario di altri, il megafono di nessuno» vede chi vuole, «la Rai ha un'azionista, il ministero dell'Economia» e come tale «in qualità di Presidente della Rai ho chiesto un incontro istituzionale». Anche il presidente della Vigilanza Zavoli, è furibondo per lo strappo voluto da Lorenza Lei. E per Gentiloni, Pd, «se il governo intende intervenire per salvare il servizio pubblico non c'è un giorno da perdere».

La pratica Rai scotta, ed è effettivamente sul tavolo di Monti. Da Palazzo Chigi assicurano che «è una delle cose di maggiore interesse», ma non è facile risolverla. Dovrebbe essere però affrontata presto, affidata al ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera, al viceministro del Tesoro, Vittorio Grilli, e al sottosegretario con delega alle Comunicazioni, Paolo Peluffo (accelerando sulla firma del contratto di servizio).

Il problema è la formula: un disegno di legge per cambiare i criteri di nomina della legge Gasparri, infatti, non passa in Parlamento senza i voti del Pdl («Non ci hanno neppure risposto alla proposta di riforma», spiega Morri, capogruppo Pd in Vigilanza). Un decreto governativo? Berlusconi farebbe le barricate, come megafona Gasparri. Un commissariamento sarebbe possibile solo se i libri Rai finissero in tribunale.

Anche per il governo tecnico la soluzione possibile, nell’immediato, sembra sia nominare presto (ad aprile) un nuovo Cda anche con il bilancino della Gasparri, ma non prorogare quello attuale. Il Tesoro, come azionista, indica un consigliere e il presidente Rai, il quale deve essere votato dai due terzi della commissione di Vigilanza. Infine il governo può suggerire il direttore generale (sotto Berlusconi lo ha sempre imposto) ma di concerto con il consiglio Rai che lo vota. Quindi tre nomi chiave che taglierebbero la sopravvivenza a viale Mazzini della vecchia maggioranza Pdl-Lega. Bisogna vedere però cosa accadrà in Vigilanza: il Pdl ha perso due voti (Flavia Perina di Fli e Sardelli) e il rapporto è 20/20; in pratica non c’è maggioranza, però i commissari devono votare i 7 consiglieri Rai. E ieri la Camera ha accettato le dimissioni di Verro, Pdl, che resta così a viale Mazzini.

La battaglia continua: il Pd in Parlamento chiederà conto al ministro del Tesoro (sempre Monti) della situazione e del voto del consigliere di riferimento, Petroni. I Democratici incalzano perché venga messa in calendario alla Camera la proposta di legge a firma Bersani sulla governance. Contestano l’affidare alla Lega i tg regionali sia Micciché di Grande Sud che Pippo Gianni del Pid. A viale Mazzini i dirigenti dell’Adrai denunciano «l’inadeguatezza dei vertici aziendali» e si appellando alle «istituzioni» perché assicurino una «guida certa e affidabile».

A Saxa Rubra il comitato di redazione del Tg1 ha condannato la nomina di Alberto Maccari a maggioranza, ma aspetta il direttore alla prova dei fatti: l’annunciata «pacificazione», la valorizzazione di tutta la redazione, un tg «completo e pluralista». E che riemerga dalle secche del 22,6%, dove si è impantanato anche martedì sera.