Liberalizzazioni, le giuste priorità di Enrico Morando

farmaci
13 gennaio 2012
A - A
Ogni singola categoria che resiste alla liberalizzazione del proprio settore di attività ha un po’ di ragione, nel sostenere che: «il ritorno alla crescita del Paese non dipende certo dall’apertura alla concorrenza del mio piccolo mercato». È infatti ovvio che il futuro dell’Italia non dipende dalla liberalizzazione del mercato dei taxi.

E nemmeno dalla vendita dei farmaci di fascia C (quelli con obbligo di prescrizione medica, ma non assistiti da intervento del Servizio sanitario) nelle parafarmacie. E nemmeno, in sé, dalla separazione della proprietà della Rete del gas da Eni. E nemmeno dalla deregolazione degli orari di apertura degli esercizi commerciali al dettaglio. E nemmeno dal superamento del monopolio nel trasporto pubblico locale ferroviario...

Ma se mettiamo insieme tutte queste attività e consideriamo l’impatto economico di una strategia che apra tutti questi mercati contemporaneamente, allora la musica cambia. E non di poco. Perché è importante tenere in grande conto una simile ovvietà? Per almeno tre ragioni.

La prima: la maggioranza dei cittadini consumatori-utenti può facilmente non sentirsi direttamente coinvolta dalla singola scelta operata dal governo, in un unico settore. Il cittadino può infatti non essere un pendolare; quindi essere indifferente alla liberalizzazione del servizio di trasporto pubblico locale. Può non essere un risparmiatore, e quindi sentirsi indifferente ad una diversa regolazione del settore finanziario ed assicurativo... Ma è pressoché impossibile che si dichiari e sia effettivamente non toccato da tutti i cambiamenti introdotti da una strategia organica di liberalizzazione, che investa il complesso del sistema economico. Solo una strategia che abbia questo carattere potrà quindi ricevere dalla maggioranza dell’opinione pubblica quel sostegno che le è indispensabile per vincere le resistenze conservatrici. Un sostegno che le verrebbe certamente meno se essa procedesse un pezzo per volta, senza un disegno unitario, presentato come tale - fin dall’inizio - al Paese.

La seconda. Un piano organico e generale di liberalizzazione di tutti i settori e mercati chiusi è la migliore risposta alla sacrosanta obiezione di ciascuno dei settori liberalizzandi: «perch tanto rigore e tanta fretta con me - piccolo farmacista, o piccolo taxista, o piccolo commerciante, o piccolo.... - mentre il overno lascia in pace i grandi potentati dell’energia e della finanza?». Se il overno deve rispondere - come in parte hanno dovuto fare i governi del passato - che: «si farà tutto il necessario, ma intanto si comincia dove è più facile», allora è meglio aspettare finché non si siano create le condizioni per aggredire anche il difficile.

La terza. C’è un ordine di priorità, nelle liberalizzazioni. Con tutto il rispetto per le licenze di taxi e i farmaci di fascia C, il loro rilievo economico e sociale non è paragonabile a quello del settore del gas. Il sistema economico italiano va a gas. E continuerà a farlo per molti anni a venire. Dunque, se il mercato del gas - anche e soprattutto a causa della mancata separazione proprietaria della Rete da Eni - resta caratterizzato dalla presenza di un soggetto dominante, è l’intero sistema economico e produttivo - cioè, tutte le imprese e tutte le famiglie - a riceverne un danno: certamente in termini di prezzo. E, forse, anche in termini di servizio. Allo stesso modo, se serve - come è dimostrato che serve - una diversa regolazione del settore bancario, là dove si manifestano gli effetti negativi del permanere di conflitti di interesse tra imprese operatrici e correntisti risparmiatori: perché le obbligazioni emesse dalle banche italiane rendono mediamente 90-100 punti base in meno quando sono destinate ai correntisti delle banche stesse, rispetto a quelle destinate a investitori istituzionali più esperti?

Non sembri roba da addetti ai lavori: poiché le famiglie detengono circa 400 miliardi di uro di obbligazioni bancarie, questa differenza di rendimento costa loro circa 4 miliardi l’anno. Più di quello che le famiglie italiane hanno perso coi bond argentini. Non nego che intervenire per superare le strozzature anticoncorrenziali nel settore del gas o in quello del credito sia più difficile che fornire una diversa regolazione degli orari dei negozi. Dico solo che - senza fare una scala di priorità in una strategia che non deve fare sconti a nessuno - sarà difficile liberalizzare alcunché. Così ritardando il ritorno del Paese su di un sentiero di crescita stabile e duratura.