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Le due vite di Salim
da clandestino a star del pallone

La storia | Gioca nella massima serie portoghese. Dalla Guinea all'Italia senza permesso di soggiorno. Ma un giorno si avvincinò a un campetto di Roma...
Salim, da clandestino a calciatore
Di Lorenzo Longhi
8 luglio 2012
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Salim, da due giorni, si allena in un centro sportivo dal nome suggestivo: Academia Dolce Vita. Academia, con una sola “c”, perché siamo in Portogallo, più precisamente a Coimbra, mentre Dolce Vita è in italiano, probabile ma non scontato omaggio a uno dei più celebri film nostrani a livello internazionale. Salim, 20 anni, da giovedì è un calciatore professionista, da quando cioè ha firmato un contratto di tre anni con l’Associação Académica de Coimbra, club della massima divisione portoghese. E sempre da giovedì Salim ha anche un procuratore dal nome altisonante, ovvero Davide Lippi.

Logico che, in pochi giorni, nella scheda ricaricabile del suo cellulare italiano abbia finito tutto il (poco) credito residuo: «Il calcio per me è un sogno, ce l’ho nel cuore per quello che mi ha permesso di raggiungere. Adesso voglio affermarmi». Questo è Salim, attaccante, nuovo numero 92 dei bianconeri di Coimbra. Musulmano praticante, immigrato regolare, professione calciatore, giovane adulto con un’opportunità di riscatto nel mondo di chi guadagna prendendo a calci un pallone. E pensare che, poco più di due anni fa, Salim non aveva mai giocato seriamente a calcio.

Perché allora Salim Cissé era in Italia, illegalmente secondo le nostre leggi. Era arrivato dalla Guinea, Africa occidentale, in fuga da un Paese che aveva da poco vissuto il colpo di stato militare di Moussa Dadis Camara, in fuga anche da alcuni membri della sua famiglia. Un viaggio lungo, sotto certi aspetti misterioso - chi è passato per quelle rotte ha migliaia di remore a raccontare cosa accade - e popolato di personaggi ambigui e promesse, sino a ritrovarsi vicino Roma. Da solo, senza nulla, senza conoscere la lingua. Ma a pochi passi da un campo da calcio alle cui reti di recinzione, Salim, si appoggiava per guardare divertirsi i ragazzi del Borgo Massimina, Prima categoria laziale. «Lo vedevamo spesso lì assieme ad un altro ragazzo - racconta oggi Francesco Anzalone, presidente della piccola società e dirigente dell’Atletico Arezzo, in serie D - e un giorno il nostro allenatore lo invitò a giocare con noi. Rimediammo gli scarpini e una maglietta. Provai a fargli qualche domanda, io non conosco il francese e provammo con l’inglese. Ma non c’è bisogno di parlare la stessa lingua per capire che una persona ha fame». Cissé, a tutti gli effetti, in Italia è un clandestino.

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