Il senso di Lavitola per gli show tv di T. Jop

Di Toni Jop
30 settembre 2011
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Fragile, nonostante tutto. Nonostante la scafataggine, la malizia, l'apparente capacità di muovere azioni complesse: il “vecchio” Lavitola, l'altra sera nel salotto di Mentana a tratti faceva quasi tenerezza. Aveva un problema, ha un problema da tempo, sempre lo stesso: conquistare il capo, Berlusconi, convincerlo che lui è meglio delle sciacquette che si diverte a sfogliare per poi piazzarle nelle assemblee elettive, in politica. Lavitola non vuole regali, non vuole favori, pretende che il capo gli riconosca le qualità necessarie per fare davvero la politica saltando la prova delle prestazioni sessuali.

Infatti, a chi ha seguito il Colpo Grosso di Mentana – bel numero, complimenti, con il nuovo programma di La7 “Bersaglio mobile” - non dev'essere sfuggito quell'interrogativo retorico che il giovane “aspirante politico” ha ribadito con insistenza infantile: “secondo lei, secondo voi, sono uno stupido?”. Voleva sentirsi rispondere: “scherzi? Sei un bastardo fottuto, ma certo sei un demonio di furbizia”. E tuttavia non cercava questa risposta per sé. Sapeva che Berlusconi sarebbe stato incollato davanti alla tv in occasione della sua intervista, a lui parlava, a lui voleva mostrare la sua spericolata tenacia, la sua fantastica capacità di dire quello che riteneva più utile senza badare alla plausibilità delle sue micro-teorizzazioni su come si sarebbe svolto questo o quel fatto che lo coinvolge. Voleva fosse chiaro al capo che lui in tv, da latitante e perdente, ci sta meglio di Bonolis, è più sciolto di Fiorello. Così, ha ondeggiato in un pendolo triste: da un lato “guarda come sono bravo e affidabile”, dall'altra “e tu cos'hai fatto per me che sono così bravo? Niente”.

Lavitola ha scartabellato tra i ricordi grami e dal baule delle frustrazioni ha estratto il fascicolo dedicato a tutte le volte che per un motivo o per un altro qualcuno o qualcosa ha sbarrato la sua meritevole ascesa a una responsabilità di partito, istituzionale. L'unico di cui ha fatto, forse malvolentieri, il nome è Ghedini: è vero, ha ammesso, gli avrebbe messo le mani addosso. Perché sarebbe Ghedini, tra gli altri consiglieri del principe che lui detesta, il responsabile dello stop alla sua carriera, il tarlo della sua vita. Però, il poveruomo sa abbastanza per tenere in scacco i suoi polli, ed è paradossalmente questo il suo lato più fragile, poiché la sua “sapienza” non poggia su spalle ben piantate.

Lavitola non è Previti, uomo e professionista soddisfatto di sé, Lavitola piange sulla sua sorte, il che equivale ad una richiesta – in diretta tv – di aiuto urgente, massiccio, senza remore da parte di chi lo ha usato per mille lavori sporchi ma non lo ha ancora riconosciuto. Purtroppo è tardi, così sembra, ed è molto difficile per chi lo volesse, aiutarlo. Per questo può commettere errori, passi falsi. Forse ne ha già commesso uno tuffandosi in quello spazio televisivo. Ma non aveva altro modo per mettersi in contatto con il capo, quello che l'ultima volta che si son sentiti si è raccomandato: resta dove sei, fuori dall'Italia. Chissà si accorga che se vuol passare alla storia e dalla parte dei farabutti d'ingegno, non dei piagnucolosi servi poco rispettati, basta che vuoti il sacco davanti a un giudice. Meglio Long John Silver di Terry De Nicolò.