«Mettiamoci d’accordo su una cosa: questa distinzione tra movimenti pacifici e frange violente sta diventando sempre più capziosa».
Come, scusi?
«C’è un velo di ipocrisia che avvolge tutta la vicenda delle proteste contro la Torino - Lione. Se vogliono evitare la deriva violenta, organizzino le loro manifestazioni nella bassa Val di Susa, dove sarebbe più semplice isolare i black bloc. Andare a protestare davanti al cantiere aspettando quelli che vengono da Genova significa voler provocare l’incidente a tutti i costi».
Sergio Chiamparino, ex sindaco di Torino, è in ferie: «Tecnicamente sarei un pensionato: l’Inps mi ha inviato il cedolino, e mi sono anche iscritto allo Spi-Cgil». Ma nel suo buenretiro arriva, tutt’altro che attutita, l’eco delle proteste di Chiomonte. «Attenzione: io non sono contro chi manifesta pacificamente. Sono altre le cose che mi lasciano molto perplesso».
Per esempio?
«Sono stupito di come nella sinistra italiana ci sia ancora qualcuno con ambizioni da leader, e ogni riferimento a Vendola
non è per niente casuale, che pensa di connotare la propria esperienza politica con l’opposizione preconcetta a un’infrastruttura di importanza vitale per la crescita dell’intero continente».
È il Chiamparino di sempre, quello che non le manda a dire... «Esprimo una posizione politica. Da Obama al Giappone, dalla Spagna di Zapatero alla Spagna socialiberale si fa così. Il modello di crescita è tracciato. I trasporti del ventunesimo secolo poggiano su due assi: i nodi metropolitani e l’alta velocità per le medie e lunghe distanze».
E chi si oppone?
«Esprime una visione imperniata sull’ideologia della decrescita, contro la quale la sinistra deve combattere con tutte le sue forze, perché delinea un modello reazionario secondo il quale continua ad arricchirsi solo chi è già ricco. D’altronde...».
D’altronde?
«Non c’è nemmeno bisogno di scendere in piazza per affermare questa visione. Basta starsene fermi, immobili, assecondando il particolare momento di un Paese la cui ricchezza è rappresentata da pochi grandi patrimoni e dal debito pubblico».
Intende dire che c’è un deficit culturale a sinistra rispetto all’innovazione?
«Per carità, me ne guardo bene: può darsi anzi che il deficit culturale ce l’abbia io. Ma, se così fosse, gran parte del mondo occidentale ne sarebbe vittima. Diciamo che sarei non in buona, ma in eccellente compagnia».
Diciamo che lei è sulla stessa posizione della Ue, che considera strategica la Torino - Lione.
«Infatti. Non mi risulta che l’Europa si sia particolarmente impegnata per sostenere, che so, le linee aeree. No: ha deciso di puntare sul trasporto su ferro. E siccome i treni non possono correre in salita, si fanno i trafori. Recentemente ne hanno inaugurato uno in Svizzera di 57 chilometri. D’accordo, dopo un referendum, ma poi si è fatto, e nessuno ha trovato niente da ridire».
E il coinvolgimento delle popolazioni?
«Non mi venga a dire che non c’è stato, perché non è esattamente così».
Chi protesta afferma proprio questo: che la decisione è passata sulla testa di chi deve conviverci, con la Tav.
«Ed è il momento di far cadere anche quest’altro, fragilissimo, alibi dei No Tav cosiddetti “pacifici”. Si tende troppo spesso a dimenticare che, dietro l’ultima ipotesi progettuale, c’è un lavoro dell’Osservatorio durato cinque anni. Cinque anni, capisce? Un tempo infinito, per un’opera di tale importanza. E allora, vogliamo dirla tutta?».
Diciamola.
«È storia arcinota che il progetto è stato cambiato tre volte. Il primo prevedeva il passaggio della linea in parallelo con l’autostrada. Non andava bene. Poi si studiò una soluzione che interessava la sinistra Dora. Altre riserve. Infine, l’ultimo progetto, con una modalità che prevede per un tempo lungo l’utilizzo della linea normale. Non va bene nemmeno questo? Mi chiedo: ma l’Europa fino a quando riuscirà a starci dietro?».