Presidente Rossi, cominciamo dai referendum. Perché bisogna votare? Perchè quei quesiti sono l’occasione per dare un’identità al centrosinistra. A me non interessa sapere che se ci sarà o meno una seconda spallata. Mi interessa di più vedere se riusciamo a intercettare il sommovimento che si è creato nel Paese e a definire un progetto su quelle tre grandi questioni.
Allora vediamo: il nucleare. Solo «grande paura»? No, è necessaria una proposta alternativa che punti sull’energia rinnovabile e metta in moto le forze imprenditoriali. Dobbiamo dimostrare che c’è un’altra strada possibile. Ecco il primo pezzo del nuovo programma: la green economy può creare occupazione e stimolare la ricerca innovativa. Sull’acqua pubblica le posizioni a sinistra sono più articolate... Penso invece che sia l’altro grande valore. Sui beni comuni il mercato non vale automaticamente e non si può sottostare a logiche di profitto. A me non piace la sinistra all’acqua di rose, quella che, con tutto il rispetto per Blair, lascia le scelte al mercato e al liberismo. Ricordo che l’articolo 43 della Costituzione parla di servizi pubblici di interesse generale la cui gestione si può affidare a una comunità di utenti. E’ una bella sfida.
Legittimo impedimento: il cuore della battaglia contro Berlusconi? Guardi, quel quesito deve spingerci a capire che il fenomeno dell’antiberlusconismo non è solo radicalismo fine a se stesso. In quella protesta c’è un segno democratico forte, questa gente pone temi grandi: il conflitto di interessi, lo strapotere di una sola persona, l’uguaglianza davanti alla legge. Senza cadere in un populismo di sinistra dobbiamo capire che quel referendum è un passaggio fondamentale per rifondare la Repubblica tornando alla Costituzione.
Cerchiamo di capire il segno del sommovimento elettorale. E’ davvero cambiato il vento? Il voto ha espresso una grande riscossa civica. Ma ha posto anche in evidenza la grande questione sociale. I cittadini stanno vivendo sulla loro pelle la crisi e le illusioni vendute da Berlusconi. Vedo insomma uno spostamento dell’asse sociale verso sinistra.
Quindi Berlusconi ha pagato gli effetti della crisi? Sì, perché questa crisi colpisce duramente, produce tagli sui servizi e negli investimenti. Si allarga l’area del precariato, aumenta la disoccupazione giovanile e c’è un problema che riguarda i pensionati che vivono con 500 euro e gli operai cassintegrati che devono cavarsela con 800. E Equitalia che rincorre la partite Iva che sono un esempio di lavoro dipendente mancato. Insomma il Paese soffre e cerca una soluzione alternativa.
Quindi non non si fida più di Berlusconi? Il voto ci dice due cose sul fronte della destra. La prima è che il premier non funziona più. La seconda è che la Lega non ne guadagna ma paga il suo modo di governare accentratore e la sua idea di federalismo che, come direbbe Bersani, non è un maiale di tutti prosciutti.
E il messaggio per il centrosinistra quale è? Che cosa chiedono quei giovani scesi in piazza? C’è un popolo di centrosinistra che può essere mobilitato e può ritrovare fiducia e speranza. Il Pd è stato abile a stare dentro questo movimento, Bersani ha fatto bene a dialogare con Vendola e Di Pietro, le primarie ci hanno dato una marcia in più. Il centrosinistra deve stare dentro questa onda. Su questo nuovo blocco sociale possiamo ricostruire un nuovo Ulivo e dotarlo di un programma forte che abbia al centro il grande tema del lavoro. Per il Pd ora non si pone anche una questione di rinnovamento? Sì, ma insisto. Serve una proposta forte da presentare a questo mondo. Faccio un esempio. In Toscana ci sono 20 mila tirocinanti e noi abbiamo deciso di garantire loro un sostegno di 400 euro, abbiamo incentivato le assunzioni a tempo indeterminato e penalizzato il precariato. Questi sono i temi su cui vorrei che discutessimo. E il rinnovamento? Non bisognerebbe aprire porte e finestre? Guardi, l’età media di chi ha vinto le elezioni è di 52-53 anni. E quindi la “rottamazione” non è parola nostra. Detto questo, il Pd deve raccogliere la sfida e promuovere un ricambio dei gruppi dirigenti. Se non lo facciamo si apriranno praterie per altri. Diciamo la verità, c’è un gruppo dirigente che ci ha fatto anche sognare, vincere e perdere e che è in prima linea da più di 15 anni. Credo che i cicli si chiudano per tutti. Oggi c’è bisogno di forze nuove. Bersani, che è uscito rafforzato da questo voto, deve farsene carico. Si può cominciare subito: se si va alle elezioni anticipate con questa legge elettorale bisogna fare le primarie per scegliere i candidati. Crede sia meglio andare al voto o lavorare per un governo di transizione come propone D’Alema? Al primo posto c’è questo: Berlusconi se ne deve andare, si regge ormai con i voti comprati. Poi ci deve animare l’ottimismo della ragione per dialogare con le forze nuove, avere con loro un atteggiamento delicato, ascoltare ed evitare il “ci penso io”. Se ragioniamo così, ha un altro significato anche il discorso su un eventuale governo di transizione perché ci andremmo con una opposizione unita. Se invece mettiamo al primo posto le letture politiciste, il governo di transizione o i rapporti con l’Udc, non credo vada bene.
Sarà Bersani il candidato premier? Non è necessario dirlo, Bersani esce rafforzato. Però anche qui: non è questo il primo punto. Apriamo il cantiere del centrosinistra, andiamo ai referendum prendendo quei temi come spunti programmatici, rinnoviamo i gruppi dirigenti. La sinistra non deve solo saper fare le cose meglio degli altri, ma deve avere una visione. Queste sono le sfide. Spero che non prevalgano le divisioni e gli atteggiamenti stucchevoli. Ora non possiamo permetterci altri errori.