«Paradosso» Silvio: vuole riforme condivise

Berlusconi su Libero offre un patto al Pd sul bipartitismo. Poi, come sempre, rettifica. Protestano Fli e IdV. Il Pd si smarca. La Russa ha fretta: si parte domani.
caimano berlusconi
Di Federica Fantozzi
6 febbraio 2012
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Al Nazareno prima sono arrivati, pressanti e suadenti, gli ambasciatori del Pdl sulla legge elettorale. Poi, il «ragionamento sul filo del paradosso» fatto da Silvio Berlusconi a Libero, ha esplicitato l’offerta. Un tavolo per le riforme a tamburo battente e un cambio in corsa del Porcellum. Un patto con il Pd per cambiare l’architettura costituzionale e il sistema elettorale «a trazione bipolarista». E, non c’è bisogno di dirlo, presidenzialista. Una sorta di riedizione del «patto per l’Italia» che Berlusconi ventilava di proporre a Veltroni nel 2008. Quell’ipotesi (mai realizzata) di «coalizione trasversale» per un dialogo sui temi sensibili. Quello che Giuliano Ferrara chiamava il “Caw, Silvio più Walter”, e gli scettici temevano come «patto del Minotauro».

Quattro anni dopo, la scena si ripete. Anche se il Pd sente odore di bruciato, intuisce che il sospetto di inciucio è dietro l’angolo, e si smarca dalle tentazioni pericolose: disponibili al confronto con tutti, è la nota ufficiale del partito, senza preclusioni e se il tavolo è alla luce del sole in Parlamento.

«Il voto degli italiani si disperde in una miriade di partiti e partitini - argomenta il Cavaliere accomunando realtà molto diverse - La sinistra di Vendola, i Grillini, IdV, Fli, Lega, Udc, Radicali». Per compiere la transizione, tocca ai due partiti maggiori prendere in mano la situazione: non per tagliare le ali, per carità, ma per “trainare” il bipolarismo fuori dalla finora connaturata imperfezione.

E dunque, a Bersani propone di ragionare intorno alla proposta Quagliariello: nella sostanza, un proporzionale con ampi correttivi maggioritari, un mix di tedesco con soglia di sbarramento al 5% e di spagnolo con collegi molto personalizzati, metà preferenze e metà liste bloccate. Un ibrido che avvantaggia i partiti grandi senza distruggere i medi come Udc e Lega ma togliendo loro il potere di ago della bilancia. Un avviso a Casini e al Senatùr. Ma soprattutto a suoi in tumulto.

Berlusconi, per dirla alla Santanché, è finalmente «salito a bordo». Della corazzata di via dell’Umiltà, ammaccata e immalinconita dall’attesa di un voto amministrativo pronosticato come «la débacle perfetta», ma pur sempre partitone del 23%. Vuoi che abbia superato il trauma da defenestrazione da Palazzo Chigi, vuoi che abbia elaborato il lutto della rottura con Bossi, vuoi - infine - che Denis Verdini sia riuscito a fargli capire che il rischio della deflagrazione primaverile della sua creatura è a portata di mano, in ogni caso adesso Silvio c’è.

A Palazzo Chigi ha fatto arrivare tutta la sua inquietudine, acuita dallo spettro del precedente Dini (nella mente del Cavaliere un vero spartiacque che il tempo non appanna), per un governo tecnico protagonista, presenzialista e attento al consenso popolare a poco più di un anno dalla scadenza della legislatura. La paura, condivisa con Alfano e Cicchitto, di trovarsi a breve con una scissione dentro casa (gli ex An: un ennesimo “partitino” con cui fare i conti) e quelli che percepisce come i veri rivali - Passera, Riccardi, Fornero - società civile scesi in campo per «salvare il Paese» che potrebbe prendere gusto alla politica.

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