Il caso Vattani e le carriere facili
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Dopo lo scoop de l'Unità su console ad Osaka, si accende il dibattito sulle modalità di selezione dei diplomatici italiani. | LEGGI IL DOSSIER 
Farnesina, 640
Di M. Gerina e U. De Giovannangeli
18 gennaio 2012
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Mario Vattani è diventato ministro, ma perché, su quali basi, con quali criteri è stato scelto? Il fatto è che più salgono di grado e più le ragioni delle promozioni risultano oscure. In realtà non esistono regole...». A parlare è Paola Ottaviani, responsabile Cgil-ministero degli Esteri. Il caso del «console fascio-rock» tiene sempre più banco alla Farnesina e sollecita considerazioni che vanno ben oltre la vicenda specifica che riguarda il console a Osaka. Trasparenza. È una parola che ricorre più volte nel nostro viaggio tra il malessere e le aspettative delle «feluche». Il caso Vattani jr. e non solo. «A certi livelli - incalza Ottaviani - non c’è una competizione di curricula, la discrezionalità sembra essere la norma...».

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A essere in tensione sono soprattutto le giovani leve. «Il criterio guida non può essere quello della parentela importante o dell’appartenenza a una cordata. Ma sono in molti a pensare che se invece di Vattani si fosse chiamato Rossi, Mario non sarebbe mai stato mandato in Giappone», si lascia andare un giovane diplomatico. Le riflessioni s’intrecciano con storie di vita diplomatica. Da cui si evincono, almeno nella tempistica dei richiami in patria, molti pesi e troppe misure. La memoria aiuta: alla Farnesina c’è chi ricorda che nel 1981 la mancanza di cravatta ad una serata presso il nostro consolato di New York, fece sì che la persona «scravattata» fosse rispedita a Roma. Probabilmente il «console fascio-rock» sarà sanzionato, ma oggi l’interrogativo più in voga alla Farnesina, e anche in molte delle nostre sedi diplomatiche all’estero, è un altro. Più di fondo: chi è, soprattutto, perché Vattani jr. è stato inviato ad Osaka: «Un salto di qualità inspiegabile, se non con interpretazioni “maliziose” ma rispondenti alla realtà», riflette un diplomatico di lungo corso.

Trasparenza e criteri «europei». Concetto su cui insiste la responsabile della Cgili-esteri: «Il servizio diplomatico europeo ha quanto meno il pregio di procedure trasparenti - rimarca Paola Ottaviani - Tutti i posti Seae sono aperti a quanti ritengano di avere i requisiti e il candidato “saltato” ha facoltà di ricorrere avverso la decisione, secondo le modalità che lo stesso Seae indica quando pubblicizza il posto. Alla Farnesina le procedure europee non hanno il diritto di accesso. Nessun posto apicale all’interno e all’estero è oggetto di pubblicità, né di aperta concorrenza fra i candidati. Le assegnazioni sono rese note a cose fatte e la ricorribilità delle decisioni è difficile se non impossibile. Persino le promozioni che sono frutto di istruttorie collegiali, sono alla fine appannaggio di poche persone al comando - aggiunge decisa -. L’opacità delle procedure copre la ragione di stato o la solidarietà di cordata? Urge recuperare l’indipendenza del pubblico funzionario. In discussione non è la discrezionalità finale del Ministro ma la certezza che lui abbia a disposizione una rosa di nominativi scelta su una competizione trasparente per avere la sicurezza che sta scegliendo tra i migliori».

Il dibattito è aperto. «I criteri esistono - dice a l’Unità Antonio Verde, segretario esecutivo del Sndmae, il potente sindacato delle feluche - e sono disciplinati dalla legge - il dpr 18 del 1967, e successivi approfondimenti - e tengono conto, tra l’altro, dell’importanza degli incarichi svolti in Italia e all’estero, e in particolare dei risultati conseguiti e delle capacità di assunzione di responsabilità e dell’attitudine ad assolvere le funzioni corrispondenti alla posizione rivestita». Il tema è di scottante attualità. «Poiché le promozioni ai livelli più alti - ministro e ambasciatore - vengono discusse in Consiglio dei ministri su proposta del titolare della Farnesina - rimarca ancora il segretario del Sndmae - è evidente che esiste un grado di discrezionalità, ma è una discrezionalità che non può prescindere e non prescinde dai criteri di merito evidenziati prima». Discrezionalità «temperata», dunque, che chiama in causa, di nuova, il principio di trasparenza. «Per temperare questa discrezionalità sottolinea Verde - il sindacato continua ad essere impegnato a favore della massima trasparenza sia per quanto riguarda l’attribuzione degli incarichi sia per tutte le fasi dello scorrimento delle carriere».

Una storia vissuta. Racconta Giuseppe Cassini, già ambasciatore in Somalia e in Libano: «Quando nel 1967 arrivai da Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, alla Farnesina, rimasi colpito dal numero non ordinario di nomi legati al regime fascista: Anfuso, Farinacci, Guariglia, Teodorani Fabbri, De Michelis, Paulucci di Calboli...Non che questi fossero tutti fascisti come i loro padri, ma quello che mi lasciò interdetto è che al ministero degli Esteri non c’era mai stata una interruzione nell’evolversi dei vari regimi italiani». Dalla storia alla cronaca di stringente attualità: «Le promozioni - rileva Cassini - vengono fatte in modo tale da premiare le persone che sono organiche al “sistema”, mentre la diplomazia dovrebbe essere una funzione non burocratica, capace di evolversi con l’evolversi della situazione internazionale».

Criteri-guida e trasparenza. Un mix virtuoso che spesso resta un auspicio e nulla più. «Resta il fatto - sottolinea ancora l’ambasciatore Cassini - che i diplomatici fanno carriera più se sono organici al ministro di turno, e a farne le spese sono in molti casi coloro che hanno una indipendenza di giudizio indispensabile per essere un buon diplomatico».

Un problema particolarmente sentito durante gli anni dell’amministrazione Frattini. «Anni - annota Cassini - in cui la Farnesina è decaduta rispetto allo strapotere, anche in politica estera, di Palazzo Chigi e del ministero dell’Economia. Un ricordo personale: un giorno in cui mi lamentavo con lui per i tagli esorbitanti alla Cooperazione allo sviluppo, Tremonti mi rispose così: “la Cooperazione allo sviluppo la facciamo noi al ministero dell’Economia”. Risultato: quest’anno abbiamo solo 210 milioni per progetti di cooperazione, uno dei livelli più bassi in Europa».