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Speciale Elezioni 2013

Il populismo e la violenza delle parole

Grillo, microfono
Di Cristoforo Boni
17 agosto 2012
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Scrive Beppe Grillo sul suo blog: «Da mesi, con un ritmo sfiancante, i quotidiani, e le testate on line che vivono di notizie copia e incolla e rimbalzano le falsità, insultano, diffamano, spargono menzogne, inventano fatti, creano dissidi inesistenti, diffondono odio su di me e sul MoVimento 5 Stelle».

È la versione vittimista del comico, ormai vestito coi panni del leader politico. Qual è stata la causa scatenante di tale reazione? Il fatto che i giornalisti hanno trovato un suo rappresentante a Bologna con le mani nella marmellata, avendo pagato (con i soldi pubblici) cospicue tariffe per alcune comparsate in tv. E Grillo si paragona nientemeno che a Giovanni Falcone, o ai perseguitati del Ruanda: «Mi trovo in un’arena - scrive ancora - con gli altoparlanti che incitano gli avversari, ma anche il pubblico, a colpire il MoVimento 5 Stelle...».

Il suo è sempre uno scenario estremo. Di guerra e di morte. Anche quando sostiene la più ordinaria delle banalità politiche: che i 5 Stelle sono, secondo la sua propaganda, diversi da tutti gli altri partiti e non, come gli avversari pretendono di dimostrare, che sono uguali (o peggiori) degli altri.

Ma il vittimismo è solo l’altra faccia del populismo. Come Berlusconi, ahinoi!, ci ha insegnato per vent’anni. La violenza estrema, invece, resta la cifra unificante dei messaggi di Grillo. Di quelli in cui aggredisce, insulta, diffama, sparge menzogne, etc, come di quelli in cui denuncia di essere aggredito, insultato, diffamato, etc. Per documentarsi basta leggere gli ultimi post scritti sul blog.

Per condannare il rappresentante del M5S preso con le mani nella marmellata Grillo usa queste parole: «Pagare per andare in televisione per il MoVimento 5 Stelle è come pagare per andare al proprio funerale». Sì, funerale. Dunque morte. E per denigrare i parlamentari, scaricando su di loro tutto l’odio e il disprezzo di cui è capace, Grillo applaude addirittura a Benito Mussolini: «Chiudete il Parlamento, sgombrate i loro uffici. Camera e Senato sono ormai ridotti peggio dell’“aula sorda e grigia” evocata da Mussolini. I parlamentari a larve di democrazia ben pagate».

Non è la prima volta che accade, non sarà l’ultima. Il populismo si nutre di parole estreme. Per imporsi nella babele delle lingue. Grillo ha costruito così il suo successo. Ma in questi anni, in cui siamo stati governati dall’antipolitica, abbiamo capito che le parole non passano invano. Come l’acqua scavano e lasciano il segno. Chi sottovalutava le parole estreme della Lega si è dovuto ricredere, osservando poi i danni prodotti.

Ora queste sentenze di morte e di condanna irrevocabile, che Grillo rilancia ad ogni fiato, sono per lui una modalità normale di propaganda politica. Del resto, deve dimostrare di essere solo lui il Bene e tutti gli altri il Male assoluto. Se qualcuno dei suoi dubitasse appena un po’, crollerebbe l’intero castello. Ma la violenza, anche quella verbale, genera mostri. Dio non voglia che i mostri prevalgano sulla ragione.