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Google paradiso e il preferirei di no

 
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Di Bruno Ugolini
1 settembre 2009
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C'è un’azienda spesso raccontata come un’oasi di felicità per i lavoratori. È la GooglePlex in California. Qui secondo un dirigente, Eric Schmidt, non si lavora per i soldi ma per cambiare il mondo. Un tempio dove si opera tra biciclette, palloni, palestre, lavatrici, sala massaggi, calcio balilla, undici bar e ristoranti gratuiti. Potrebbe essere un esempio per il futuro di chi presta ogni giorno ad altri la propria fatica fisica e il proprio cervello. È un passaggio del libro di Daniele Ranieri: «Preferirei di no. Lavoro e condizioni di lavoro alle radici del XXI secolo» (edizioni Ediesse). Quella di Google è la proposta che l’Autore chiama «assimilazione seduttiva». Una forma di collaborazione, apparentemente felice, tra capitale e lavoro. Solo che numerose esperienze di gente fuggita da GooglePlex hanno raccontato di essere state come ingoiate da un gigante: "Mi sembrava di non esistere mentre guardavo le persone che si affollavano qua e la con i loro laptop». Era un falso paradiso, una seduzione non riuscita.
Daniele Ranieri è un dirigente della Cgil che ha condotto nel suo volume un interessante viaggio tra le esperienze lavorative, dall’antichità premoderna al crollo della società romana, fino ai giorni nostri. Ha scelto come titolo quel «Preferirei di no» tratto da un racconto, «Bartleby», di Hermann Melville. Il protagonista lavora per un avvocato che, a un certo punto, di fronte ad una richiesta, rifiuta di collaborare dichiarando: «Preferirei di no». È, in fondo, una presa di posizione diffusa tra i salariati disarmati della nostra epoca, alla ricerca di un lavoro che dia soddisfazione. Lo ha spiegato l’Osservatorio sul capitale sociale degli italiani diretto da Ilvo Diamanti. Il 44 per cento dei lavoratori interpellati, in un’indagine citata nel volume, ritiene che la caratteristica più importante nel lavoro sia la soddisfazione, il 29% la sicurezza e il 15% un buon stipendio. La moderna soluzione non può essere data però, spiega l’autore del libro, da forme di partecipazione subalterna, come quelle sperimentate da Google. E nemmeno da un «patto tra imprenditori» capace di «alimentare l’illusione che il lavoratore possa essere un autonomo gestore di se stesso». Una proposta alternativa può essere fondata, invece, su «democrazia e diritti». Daniele Ranieri cita a questo proposito le argomentazioni di Bruno Trentin. Anche a proposito del fatto che da tempo le rivendicazioni sindacali hanno scelto la strada della priorità distributiva che mira "non tanto alla promozione e al sostegno dell'esercizio di determinati diritti quanto verso l'adozione di misure di compensazione per il loro mancato esercizio". I diritti monetizzati, insomma. È possibile invertire la rotta. Il libro di Ranieri spinge a questo. È un incentivo a riprendere la strada che nel passato ha fatto forte, grande e unitario il movimento sindacale italiano.

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