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Gioco d'azzardo: paradossi italiani
Tutti guadagnano tranne lo Stato

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Di Massimo Solani
5 dicembre 2012
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Anatomia di un paradosso: l’Italia, nel 2012, sarà il secondo Paese al mondo per diffusione del gioco d’azzardo, con un volume d’affari che si assesterà fra gli 88 e i 94 miliardi di euro contro gli 80 del 2011. Eppure l’Erario incasserà circa il 10% in meno da giochi e dalle lotterie rispetto all’anno precedente. Impossibile? Assolutamente no, stando almeno ai risultati del dossier «Azzardopoli 2.0» redatto da Libera e ai risultati della campagna nazionale “Mettiamoci in gioco” contro i rischi del gioco d’azzardo condotta da un cartello di associazioni fra le quali Acli, Anci, Arci, Cgil, Cnca, Uisp e Gruppo Abele.

Numeri che certificano come, nonostante l’aumento esponenziale del volume d’affari della «terza impresa italiana», il gioco d’azzardo sia un affare colossale per le concessionarie private e per le mafie ma rappresenti un investimento in perdita per le casse statali. Che dal gioco d’azzardo, incredibilmente, incassano sempre meno in termini di tasse mentre sono costrette a spese sempre maggiori per far fronte ai costi sociali, in costante aumento, legati alle ludopatie e all’invasività delle mafie.

UNO SGUARDO AI DATI
Nei primi otto mesi del 2012, secondo lo studio di Matteo Iori del «Coordinamento nazionale gruppi per giocatori d’azzardo», in Italia sono stati giocati 56,9 miliardi di euro, con un aumento del 17,7% rispetto a quanto successo nel 2011. Numeri che permettono di ipotizzare che il volume di affari legale, alla fine dell’anno, si aggirerà fra gli 88 e i 94 miliardi di euro contro gli 80 del 2011. Un aumento a cui non corrisponde il segno più per quanto riguarda invece l’incasso per l’Erario: nel primo semestre dell’anno in corso, infatti, l’Italia ha incassato 4,1 miliardi dal gioco d’azzardo con una diminuzione del 9,9% rispetto allo stesso periodo del 2011.

Per cui, se la tendenza sarà confermata, alla fine dell’anno l’Erario incasserà dal settore del gioco d’azzardo una cifra inferiore agli 8 miliardi, numeri simili a quelli dell’anno 2008 quando però il volume d’affari complessivo era di circa la metà dell’attuale. E se le entrate per lo Stato nel 2004 rappresentavano il 29,4% del totale del fatturato, nel 2012 questo rapporto si assesterà ad un incredibile 8,4. «Che significa - spiegano i curatori del rapporto - una cifra più o meno simile di entrate fiscali mentre il fatturato è cresciuto di quasi il 400%».

Questo perché, secondo Iori, «i giochi introdotti negli ultimi anni hanno una tassazione inferiore rispetto ai precedenti, a vantaggio del pay out per i giocatori e dell’industria del gioco». Se infatti dei proventi del Superenalotto l’Erario incassa il 44,7%, dai ben più«moderni» Poker Cash e casinò on line lo stato italiano incassa in tasse soltanto lo 0,6%.

UN PAESE DI GIOCATORI
Nel 2011 l’Italia è stato il primo Paese europeo, il terzo al mondo, per volume d’affari del gioco d’azzardo. Con 18,4 miliardi di euro, infatti, il nostro paese ha rappresentato oltre il 15% del mercato europeo del gioco e più del 4,4% del mercato mondiale a fronte dell’1% della popolazione del globo. Un record non invidiabile che, secondo le stime, è destinato ancora a migliorare nel 2012 quando il nostro paese salirà al secondo posto nella classifica del pianeta.

Segno che il gioco d’azzardo non conosce crisi e che gli italiani continuano a spendere per giochi e lotterie nonostante si siano ormai abituati a fare economia sulle spese alimentari (secondo l’Istat nel 2010 il 65,3% dei nuclei familiari ha comprato meno cibo) e siano crollati i risparmi delle famiglie (12%, il minimo dal 1995). La spesa pro capite degli italiani per il gioco d’azzardo, infatti, ha toccato quota 1703 euro (1.450 se si considerano anche i neonati) con picchi da 2.110 euro in Abruzzo e 2.078 nel Lazio. Impressionante anche il dato delle persone che hanno problemi di dipendenza che si assesta, secondo le stime, fra i 500 e gli 800mila. Numeri che costringono l’Italia a spendere una cifra compresa fra i 5,5 e i 6,6 miliardi di euro annui per far fronte ai costi sociali e sanitari che il gioco d’azzardo patologico comporta per la collettività.

LE MAFIE INGRASSANO
A questi, poi, vanno aggiunti i costi difficilmente quantificabili legati alle infilatrazioni mafiose e alla crescita del fenomeno dell’usura. Perché quello dei giochi è un settore di punta nel business delle mafie: un volume d’affari che, secondo Libera, si aggira attorno ai 15 miliardi annui. Questo spiega perché, su tutto il territorio nazionale, sono stati censiti ben 49 i clan coinvolti nel controllo dei giochi illegali e non. Nomi che coinvolgono il gotha mafioso come i Casalesi, i Bidognetti, i Mallardo, i Santapaola, i Condello, i Mancuso, i Lo Piccolo e gli Schiavone.